L'invasione

La commissione d'inchiesta federale cecoslovacca incaricata di indagare sui retroscena dell'invasione, nel 1992 è giunta alla conclusione che il 18 agosto 1968, durante l'incontro dei massimi rappresentanti di URSS, Polonia, DDR, Ungheria e Bulgaria riuniti a Mosca, fu deciso congiuntamente l'intervento armato in Cecoslovacchia.

20 agosto. In Cecoslovacchia nulla lascia presagire l'imminente tragedia: nei notiziari serali della radio viene ripresa la notizia della France Presse secondo la quale a Mosca si è riunito in seduta straordinaria il comitato centrale del PCUS; si parla dei problemi economici del paese, vengono commentate le dichiarazioni di Boffa apparse su "L'Unità". Già qualche giorno prima, però, presso l'ambasciata sovietica si nota un notevole afflusso di "turisti", in realtà funzionari del KGB ex-consiglieri presso il ministero degli interni cecoslovacco. Si muove anche l'apparato dei traditori: Viliam Salgovic, vice ministro degli interni, dalla sede centrale della polizia segreta (StB) tramite il colonnello Ripl dà disposizioni per facilitare il passaggio delle truppe sovietiche, sia all'aeroporto di Ruzyn, sia dalle frontiere terrestri. Dopo le 20, quando dalla sede della radio escono gli ultimi giornalisti, si tiene una riunione presieduta dal direttore dell'amministrazione centrale delle comunicazioni, Karel Hoffmann, che vieta la diffusione di qualsiasi notizia che possa nuocere all'imminente intervento "fraterno". Verso le 23 allo stato maggiore dell'esercito cecoslovacco arrivano una quindicina di funzionari sovietici guidati dai generali Pavlovskij e Antonov che bloccano l'attività delle forze armate d'accordo con il ministro della difesa cecoslovacco Dzur. All'aeroporto civile di Praga-Ruzyn atterra un Antonov-24 sovietico, poi seguito da altri velivoli che scaricano parà sovietici con autoblindo, cannoni e carri armati. Per via aerea e terrestre entrano complessivamente 750mila soldati e 6000 carri armati. Poco prima di mezzanotte l'ambasciatore sovietico a Praga, Cervonenko, avvisa il presidente cecoslovacco Svoboda che gli eserciti del Patto di Varsavia hanno superato i confini.

Prague_Spring1968

LA STORIA IDEOLOGIZZATA

"Migliaia di comunisti, singoli cittadini e interi collettivi di lavoratori, rappresentanti di tutti i ceti sociali e delle varie organizzazioni, inclusi i rappresentanti del CC del Partito comunista cecoslovacco e di quello slovacco e i membri del governo cecoslovacco e i deputati del parlamento federale e slovacco, consapevoli della propria responsabilità classista, nazionale e internazionale per il destino del socialismo in Cecoslovacchia, cercarono instancabilmente una via d'uscita da questa situazione difficile e critica. Poichè la destra presente all'interno del Partito non volle prendere alcuna misura per neutralizzare il colpo di stato controrivoluzionario e prevenire la guerra civile, essi iniziarono a rivolgersi ai paesi fratelli e ai governi alleati chiedendo che in quel grave momento storico fornissero al popolo cecoslovacco l'aiuto internazionale per la difesa del socialismo. Agirono con la profonda fiducia che i loro fratelli di classe non avrebbero lasciato la Cecoslovacchia nelle grinfie della controrivoluzione, che minacciava un bagno di sangue, e che avrebbero impedito che il nostro paese fosse strappato dalla comunità socialista".

Conclusioni tratte dallo sviluppo della crisi nel Partito e nella società dopo il XIII congresso del PCC, marzo 1971