LEOPOLDOV
carcere slovacco

Costruita come cittadella, nel 1855 l'imperatore Francesco Giuseppe I ne decretò la trasformazione in penitenziario. A quell'epoca poteva contenere un migliaio di detenuti, ed era il carcere più capiente dell'impero austro-ungarico. Nel 1858 la gestione venne affidata alle suore di san Vincenzo, che la mantennero fino al 1862. Nel 1948 ebbe fine l'epoca di Leopoldov come carcere normale. Con la presa del potere da parte comunista, i delinquenti incarcerati prima del 1945 vennero trasferiti in istituti a regime meno duro, e a Leopoldov si fece spazio per i detenuti politici. All'inizio degli anni '50 il regime fu rafforzato, vennero abbattuti gli alberi vicini alle mura e queste ultime circondate dall'alta tensione. Fu creata una "zona della morte" sorvegliata da torrette di guardia. Alla fine del 1951 vi vennero rinchiusi detenuti da Bor, Jachymov e Pribram, condannati a lunghe pene, all'ergastolo, i sacerdoti, gli uomini politici, gli "agenti e le spie", e costretti a svolgere lavori pesanti per ristrutturare l'intero complesso, compresa la demolizione della chiesa di San Leopoldo, un antico edificio barocco del 1666, contenente numerose opere d'arte. I detenuti impiegati nei lavori di demolizione riuscirono a conservare alcuni oggetti di valore trafugandoli e murandoli in altri edifici. Dal 2 aprile 1952 vi fu un cambiamento in peggio: iniziarono i trasferimenti di molti detenuti dalle celle comuni nelle celle di rigore in un edificio usato come carcere dalla StB di Bratislava.
Solo dopo la morte di Stalin e Gottwald, nella primavera del '53, vi furono delle ispezioni mediche per valutare le condizioni di salute dei carcerati; 600 detenuti soffrivano di denutrizione e un centinaio aveva la tubercolosi. A Leopoldov morirono fra gli altri l'ex presidente del governo R. Beran, il vescovo greco-cattolico
Gojdic, il prelato J. Cihak, il generale J. Turanec, sepolti in un'area incolta fra i binari della ferrovia, utilizzato come cimitero del carcere.
A Leopoldov furono detenute molte figure della Chiesa, fra cui i vescovi Barnas, Buzalka, Vojtassak, Gojdic, Hopko, Trochta, Zela, gli abati Machalka e Tajovsky, il teologo
Zverina. Fra gli uomini di cultura vi fu rinchiuso il poeta Jan Zahradnicek. Fra gli oppositori politici, il ministro della giustizia Drtina e altri deputati dei partiti Popolare, Social-nazionale e Social-democratico. Nel 1953 un cospicuo numero di detenuti fu trasferito ai campi di Bytiz, e a Leopoldov arrivò un'altra fiumana, composta da funzionari comunisti finiti in disgrazia, fra i quali G. Hustak, E. Goldstucker, Slansky (fratello del più famoso Rudolf). Molti di essi, come avviene normalmente fra i comunisti, gettavano la colpa sul singolo funzionario difendendo il sistema, come nel caso di Husak: "L'hanno deciso a Praga, non potevamo farci niente". A questo proposito vogliamo riportare qui un gustoso passo di Solzenicyn sul tema:

 

"Questa è la loro inevitabile morale: 'Io sono stato incarcerato immeritatamente, dunque sono buono, tutti gli altri intorno a me sono nemici e quindi meritano di stare dentro'...
Siamo dentro da tempo, ne abbiamo ancora per molto, apprezziamo gli scherzi divertenti, scendiamo per divertirci un po'...
-Ma si guardi attorno: quanta gente sta dentro!-.
-Lo hanno meritato-.
-E lei?-
-Io sono stato incarcerato per sbaglio. Quando l'avranno capito mi rilasceranno-.
-Per sbaglio? E che leggi sono in tal caso?-
-Le leggi sono ottime, sono deplorevoli le deviazioni da queste-.
-Bustarelle, truffe, corruzione dappertutto-.
-Bisogna rafforzare l'educazione comunista-.
E così via. E' imperturbabile. Parla una lingua che non richiede alcuno sforzo del cervello. Discutere con lui è come camminare in un deserto." (A. Solzenicyn, Arcipelago GULag, vol. II, passim).

Nella primavera del '55 vennero trasferiti altri detenuti a Jachymov e nella zona di Pribram: molti di essi erano ammalati, che sarebbero morti nei lavori di estrazione dell'uranio. Nel 1956 durante la rivolta d'Ungheria il regime fu ulteriormente rafforzato e fuori dalla cinta apparvero i carri armati.