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La sconfitta dei moti rivoluzionari scoppiati verso la
metà dell'800 nell'impero asburgico portò
all'inasprimento dei rapporti tra governo e sudditi. V'erano
stati i moti di Berlino, poi la costituzione del parlamento
germanico a Francoforte, a cui i popoli slavi risposero con
la dieta di Praga, dove molti speravano che uscisse un
grande stato slavo sottratto all'influsso zarista, ma furono
speranze vane per i dissidi interni. Anche l'Ungheria
sussultò grazie a Deak e a Kossuth. La Boemia cadde
nuovamente sotto il giogo imperiale, retto da
Francesco
Giuseppe (regno:
1848-1916): le autonomie locali furono abolite, la stampa
censurata. Nel generale ristagno delle attività
culturali, notevole è la figura dello scrittore
Karel
Havlicek Borovsky
(1821-56), autore di epigrammi e giornalista, che proprio
per questo finì in residenza coatta a Bressanone. Ma
la sconfitta austriaca sui campi di battaglia italiani
durante la seconda guerra d'indipendenza del 1859 (a
Magenta) provocò la caduta del regime poliziesco del
austriaco e il ritorno sia pur breve alla legalità.
Dal punto di vista politico, in Boemia al partito dei
"Vecchi cechi", fautori dell'austroslavismo, si contrappose
quello dei "Giovani cechi" che, sull'esempio dei vari
movimenti "giovani" sorti in Europa, predicavano la lotta
per l'indipendenza nazionale. Ci fu la ripresa delle
tradizioni hussite, che divennero simbolo di
indipendentismo; il romanticismo di tono folcloristico
lasciò il posto ad un tenue realismo che
iniziò l'analisi delle condizioni sociali del paese,
focalizzando le problematiche legate ai ceti più
indigenti.
Quando Borovsky morì, nel 1856, al suo funerale, che si svolse sotto gli occhi della polizia, partecipò molta gente; sulla sua tomba una donna depose una corona di spine: era la scrittrice Bozena Nemcova. La Nemcova nacque a Vienna nel 1820 da padre austriaco e madre boema. La sua vita fu tormentata dall'infelicità, dalla miseria, dall'incomprensione e dalla gelosia del marito. Esordì come poetessa ma passò alla prosa, iniziando con alcune fiabe raccolte in 7 volumetti dal titolo Favole e racconti popolari; seguirono una decina di novelle, saggi folcloristici e appunti di viaggio; nel 1854 terminò il racconto La nonna, considerato il suo capolavoro, amatissimo dal popolo ceco, con insuperabili narrazioni dei costumi popolari. Nel 1857-58 uscivano le Fiabe e racconti slovacchi. La sua prosa si ispira all'amore per l'umanità, alla simpatia per gli ultimi, i miseri, descritti delicatamente nei loro ambienti di vita. La Nemcova morì a Praga nel 1862. Fra i continuatori dell'opera di Macha va ricordato Jan Neruda (1834-1891), giornalista e novellista, con grandi doti di narratore capace di penetrare la realtà e di descriverla con tratti realistici ed efficace umorismo. Fra le sue opere, ricordiamo i Racconti di Mala Strana (1878), e le raccolte di poesie pervase da entusiasmo e commozione. La seconda metà dell'800 vede la figura di due grandi musicisti boemi: Bedrich Smetana e Antonin Dvorak. Smetana (1824-84) era figlio di un birraio, e compì gli studi classici a Praga, mentre coltivava le attività musicali, finché nel 1843 decise di dedicarsi esclusivamente alla musica frequentando il conservatorio di Praga. Fu un patriota convinto, e prese parte ai moti del '48, ma dopo la repressione dovette far atto di sottomissione per continuare a insegnare. Nel 1856 Smetana accettò di dirigere l'orchestra filarmonica di Göteborg, dove fece conoscere i capolavori classici e quelli allora contemporanei. Padrone della cultura classica tedesca, cominciò a ripensare ai canti e alle danze della sua terra. Rientrato a Praga nel 1861, fondò un'associazione degli artisti, e una nuova scuola di musica. Si batté per la nascita e per la programmazione di un teatro musicale nazionale. Fu direttore artistico del Teatro nazionale, e si dedicò alla composizione di opere per il teatro e a musiche di scena. È famoso per la composizione di 6 "schizzi sinfonici" intitolati La mia patria (1874-79), fra cui figura la celeberrima Moldava. La sua presenza su tutti i teatri del mondo, così come la frequenza delle esecuzioni della Moldava, testimonia la validità dell'opera del "padre della musica ceca" e di uno dei più validi rappresentanti del romanticismo musicale mitteleuropeo. Antonin Dvorak (1841-1904). Nell'osteria paterna poté ascoltare fino dall'infanzia quei canti popolari boemi, i cori folcloristici che ritroviamo nella sua opera matura di compositore. Dopo aver studiato musica a Praga, entrò nell'orchestra del neonato Teatro nazionale, diretto da Smetana. Dvorak in quegli anni (1873) lavorava alla composizione, assimilando i grandi romantici tedeschi. Nel 1872 con un suo Inno patriottico attirò l'attenzione degli ambienti musicali boemi. Le Danze slave (1878) e lo Stabat Mater (1876) ottennero a Dvorak la notorietà internazionale. Divenuto direttore del conservatorio di Praga, nel 1892 fu inviato in America come direttore del conservatorio di New York. Rientrò in patria nel 1895. Dvorak introdusse le armonie dialettali della musica popolare boema, i ritmi nervosi e languidi del folclore nazionale, sommati al virtuosismo orchestrale. Il grosso della sua composizione strumentale è costituito da 12 quartetti e 9 sinfonie, di cui la più celebre è la V, conosciuta anche col nome di Dal Nuovo Mondo, scritta in America nel 1893. |
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