Le speranze sorte con il ripristino della legalità durarono poco: in difficoltà, l'impero asburgico venne diviso nel 1867 in due tronconi, austriaco e ungherese, uniti solo nella persona del sovrano. Praga veniva nuovamente dimenticata. Si ebbe un'ondata patriottica e si avviarono lente trattative con Vienna per cercare di sfruttare al massimo l'occasione della divisione dell'impero. Qualche risultato si ebbe dal 1880 in poi, con il riconoscimento della parità di diritti delle lingue ceca e tedesca, l'uso del ceco nell'insegnamento superiore e con l'apertura (1883) del Teatro nazionale. Nel 1891 si ebbe la vittoria elettorale dei "Giovani cechi" sui "Vecchi cechi"; ciò era d'auspicio per la rinascita nazionale (che poi si estenderà anche in Slovacchia) e per il concreto raggiungimento dell'indipendenza. All'indipendenza nazionale contribuì anche il movimento socialista. Fu così che, alla fine della prima guerra mondiale, nello sfacelo dell'impero austro-ungarico, Boemia, Moravia e Slovacchia dichiararono la loro ferma volontà di dar vita a una repubblica cecoslovacca indipendente. L'incrociarsi delle correnti politiche e sociali che resero vivace la vita pubblica ceca dal 1890 si rifletté sensibilmente nella poesia. Vi furono poeti realisti, poeti anarchici, poeti decadenti. La prosa non ebbe vita così travagliata, e si mantenne in genere solidamente sulle basi del realismo e del naturalismo.

Personalità di spicco del periodo, che assumerà una posizione rilevante anche sulla scena internazionale è quella di Tomas Garrigue Masaryk (1850-1937; foto a sinistra). Troppo politico per i filosofi, troppo filosofico per i politici, pericoloso nazionalista per la polizia austriaca, inaffidabile per gli estremisti boemi, fu segno di contraddizione. Nato in Moravia, di umili origini (suo padre era cocchiere), divenne nel 1878 libero docente di filosofia a Vienna, poi a Praga, dove si impegnò con il suo spirito battagliero in lotte e polemiche e fu deputato per il partito dei "Giovani cechi". Fu in esilio durante la prima guerra mondiale, da dove organizzò la lotta di liberazione nazionale, coronata dal successo con la caduta dell'impero asburgico e la costituzione della Repubblica cecoslovacca, di cui fu primo presidente, eletto all'unanimità. La figura del "presidente-filosofo" appartiene dunque alla tradizione cecoslovacca del XX secolo. Con Masaryk entra nella cultura ceca un potente soffio di novità: se fino ad allora il pensiero ceco era quasi esclusivamente orientato verso quello tedesco, con Masaryk entrano influssi francesi, inglesi e persino russi: nella sua opera, nel suo pensiero, l'Europa occidentale e quella orientale si incontrano con tutto il loro patrimonio e le loro contraddizioni. Masaryk introduce anche una riflessione seria sul marxismo, con la sua opera La questione sociale (1898): egli coglie, con una profonda analisi, l'importanza dei problemi sollevati da Marx, ma rifiuta il materialismo storico e dialettico, la teoria della lotta di classe, perché non è comunista e neppure ateo. Masaryk analizza criticamente anche il positivismo, che non lo soddisfa per la "sterilità morale e religiosa", convinto della necessità dell'affermazione di un Dio trascendente, garante dell'ordine morale e dell'immortalità dell'anima. In questo è vicinissima la posizione del presidente Havel; parlando di Masaryk nel suo famoso saggio Il potere dei senza potere, Havel scrive: "Al tempo in cui i cechi e gli slovacchi facevano parte dell'impero austro-ungarico e non esistevano premesse reali, né politiche, né psicologico-sociali perché le nostre nazioni cercassero la propria identità fuori da questo impero, Masaryk fondò il programma nazionale boemo sull'idea del 'lavoro minuto', cioè del lavoro onesto e responsabile negli ambiti più disparati della vita, con l'intenzione di destare una creatività nazionale e un'autocoscienza nazionale.… L'unico punto di partenza possibile per un destino nazionale più dignitoso, Masaryk lo ravvisò nell'uomo, nella creazione da parte sua delle premesse perché il suo destino di uomo fosse più dignitoso; il punto di partenza di un cambiamento di posizione della nazione era per lui il cambiamento dell'uomo".

In Slovacchia, verso il 1860 la situazione generale andò progressivamente aggravandosi. Gli ungheresi riuscirono ad ottenere una certa autonomia, e questo permise loro anche di accentuare la pressione sulle minoranze nazionali presenti nel loro regno. Di fronte a questa situazione, la popolazione slovacca dimenticò gli attriti che c'erano stati tra cattolici e protestanti e, nel giugno del 1861, 3000 delegati si riunirono a Turciansky Sväty Martin dove proclamarono un memorandum della nazione slovacca, per difendere il patrimonio spirituale del loro popolo. Nel memorandum si chiedeva la concessione di speciali garanzie che consentissero una ripresa generale delle condizioni di vita della regione. Ma non c'erano personalità con doti carismatiche che potessero farsi portavoci in prima persona delle richieste; così il memorandum ottenne solo il permesso di fondare tre ginnasi slovacchi e l'associazione Matica Slovenska, che curava l'edizione di opere scientifiche e letterarie. Nel 1867, come ricordato, ci fu la divisione dell'impero. Gli ungheresi, ottenuto il potere, cominciarono una magiarizzazione forzata delle regioni di loro competenza, compresa la Slovacchia. Dopo il 1870 la repressione ungherese delle aspirazioni indipendentistiche slovacche si scatenò duramente. La legge formalmente garantiva parità di diritti a tutte le nazionalità del regno ungherese, ma in pratica regnava l'arbitrio dei funzionari locali. Nel 1875 venne sciolta la Matica e si chiusero i tre licei slovacchi. L'ondata di magiarizzazione che aveva travolto la nobiltà finì per intaccare anche i ceti medi, gli intellettuali e gli operai. La pressione ungherese durò ininterrottamente fino al crollo dell'impero, e durante questo periodo furono soprattutto alcuni scrittori ad assumersi il compito di testimoniare la volontà di resistere e sopravvivere in attesa di tempi migliori. Importante, anche se controverso, l'apporto di parte del clero cattolico slovacco alla lotta di indipendenza; ricordiamo la figura di Andrej Hlinka, che fondò il Partito popolare slovacco. Dal punto di vista culturale, alla letteratura di questo secolo toccarono tre importanti compiti: la lotta per la lingua letteraria, la difesa contro la magiarizzazione e la questione della politica nazionale. Nei maggiori autori del periodo si impose il realismo (nonostante una certa persistenza del gusto romantico, che rappresenta uno degli aspetti più tipici della cultura slovacca); realismo che si prefiggeva di descrivere i problemi sociali nella loro molteplice complessità: fu accettato come un'esigenza pratica, un mezzo per impedire la snazionalizzazione. La liberazione dal giogo austro-ungarico, avvenuta sul finire della prima guerra mondiale, pose la Slovacchia di fronte a problemi che era impreparata ad affrontare. Le incertezze e la confusione che dominavano nella vita pubblica si rispecchiarono anche nell'ambito culturale, dove si accavallarono correnti contrastanti. Alcuni scrittori si mantennero nella tradizione di Stur, i realisti si dispersero in vari campi di interesse, vi furono esperimenti decadenti e surrealistici. Importante è anche, tra la fine del secolo XIX e l'inizio del XX, l'emigrazione slovacca in massa verso l'America del nord, provocata dalla miseria e dall'oppressione nazionale.