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Le GUERRE MONDIALI e il DOPOGUERRA
La vittoria elettorale riportata nel
1891
dai "Giovani cechi" segnò l'inizio della rinascita
nazionale dei cechi e degli slovacchi. Fu così che,
con il crollo dell'impero asburgico e la fine della prima
guerra mondiale, Boemia, Moravia e Slovacchia dichiararono
la loro volontà di dar vita ad una
repubblica
cecoslovacca indipendente.
La proclamazione dello stato cecoslovacco indipendente
avvenne il 28
ottobre 1918. Il
periodo immediatamente successivo fu caratterizzato da un
rapido sviluppo del paese, turbato però da un
inasprimento dei contrasti sociali comuni a tutto il
continente e dall'addensarsi delle minacce che avrebbero
portato alla seconda guerra mondiale. Ma quali erano i
rapporti tra cechi e slovacchi? A questo proposito il
professor Dolezal, storico dell'università carolina,
così scrive: "Con il crollo dell'Austria-Ungheria
poterono sedere al tavolo delle trattative sia la
rappresentanza slovacca in patria, sia i gruppi slovacchi
all'estero, specialmente negli USA. E proprio allora
emersero le due concezioni sullo stato slovacco. La prima,
quella cecoslovacchista, vedeva il futuro della Slovacchia
in uno stretto legame con le regioni ceche. La seconda
tendeva ad affermare le peculiarità del popolo
slovacco e a ricercare le garanzie costituzionali per una
continuità della propria esistenza... I politici
cechi fondarono la propria concezione politica
sull'esistenza dello stato boemo come dato storico, al quale
&endash; sulla base dal desiderio di aiutare il popolo
slovacco &endash; associavano le regioni slovacche un tempo
sotto dominio ungherese. I politici cechi, nei confronti
degli slovacchi, erano inclini ad un certo paternalismo che,
sebbene privo di malizia, poteva essere considerato
espressione di una certa superiorità". "I contrasti
fra la concezione cosiddetta autonomista, e quella unitaria,
attraversarono diverse tappe. Durante i negoziati sulla
nuova costituzione, nel 1920, riemerse il problema della
posizione della Slovacchia. Il testo della costituzione
della repubblica cecoslovacca considerava il paese uno stato
unitario e formulava la necessità di coltivare il
concetto di popolo cecoslovacco come unica etnia con due
rami linguistici". Ma erano affermazioni che "portarono
acqua al mulino delle tendenze autonomiste che sfruttavano
la debolezza della struttura cecoslovacchista e trasferivano
i propri progetti per una nuova soluzione dei rapporti
costituzionali" (Dolezal). Nell'autunno del 1938 i territori
boemi, moravi e slesiani abitati prevalentemente dai
tedeschi vennero annessi alla Germania secondo
l'Accordo
di Monaco stipulato da
Hitler con Inghilterra, Francia e Italia. Nel marzo del '39
Boemia, Moravia e Slesia divennero un protettorato tedesco.
La Slovacchia invece si costituì come stato
indipendente, sotto però l'influsso tedesco: nel
marzo del '39 divenne primo presidente
Jozef
Tiso, sacerdote
cattolico: "La vita politica nella Slovacchia
acquistò i tratti di un regime autoritario; si giunse
così alla liquidazione di molti partiti politici,
alcuni furono proibiti, altri 'convinti' della
necessità di confluire con il Partito popolare al
governo. Le elezioni parlamentari ebbero luogo con una
candidatura comune e il Partito popolare permise l'azione
solo al partito dei tedeschi della Slovacchia, con un
programma di tendenza nazionalsocialista, e agli ungheresi.
La pressione della Germania nazista costrinse i politici
slovacchi, specialmente Tiso, al gesto di abbandonare
completamente lo stato comune. La repubblica slovacca
approvò, sotto la tutela del Reich, l'elezione
antidemocratica del parlamento
La Slovacchia divenne
così uno stato fantoccio, la cui debolezza e
dipendenza si rivelarono tanto maggiori quanto più
labile era la posizione dei suoi protettori" (Dolezal). Nel
periodo in cui venne preparandosi l'insurrezione antinazista
slovacca si formò anche il programma per una futura
garanzia dell'autonomia locale e, dopo la disfatta del
nazismo, per il tipo di federalizzazione statale. Risultato
fu un compromesso: sì ad uno stato unitario con i
cechi, sì all'istituzione di organi nazionali
slovacchi e loro esclusiva competenza in alcuni
ambiti"(Dolezal).
Un genio letterario vissuto a cavallo del secolo è Karel Capek (1890-1938). Capek scrive sulla base di una intuizione: l'esistenza umana e il suo rapporto con le singole esistenze umane e il miraggio del potere che l'uomo sta acquistando sulla natura, su se stesso e sugli altri non è solo complesso ma è un potenziale carico di tragicità. La sua prima opera è R.U.R. (Rossum's Universal Robot), del '21. Capek non crede nelle possibilità creative del potere tecnologico; il protagonista del dramma , Domin, è persuaso che i robot potranno sostituire il lavoro umano liberando l'uomo dalla fatica quotidiana e creando le condizioni per aver un paradiso terrestre; ma i robot, inventati dallo scienziato Rossum, per odio verso l'uomo, loro inventore e sfruttatore, decidono lo sterminio dell'umanità. Sulle rovine della sconfitta umana, due robot dotati di maggiore sensibilità si trasformano in esseri umani e la storia ricomincia dall'inizio, dal principio elementare dell'amore. La stessa problematica si trova in altre opere, come La fabbrica dell'assoluto (1922), La guerra con le salamandre (1936), L'affare Macropulos (1922), Il morbo bianco (1937), dove Capek mette in luce il potenziale anti-umanesimo catastrofico delle scoperte scientifiche. Purtroppo non è possibile soffermarci sulla grande figura di Franz Kafka (1833-1924), che scrive a Praga. Kafka dà voce alla disperazione esistenziale dell'uomo moderno, alle sue ricerche e alle sue domande, alla sua solitaria sottomissione ad una realtà di cui non si scorge più il significato, e in cui egli cerca invano una via d'uscita ("anche se la salvezza non viene, voglio però esserne degno a ogni momento"), un segno di Dio, il suo anelito che prende forma di angoscia e di colpa. Kafka è stato censurato in Cecoslovacchia durante l'era comunista, ritenuto pericoloso: i suoi racconti erano spesso profezia di una realtà troppo simile a quella dei paesi post-totalitari, per non parlare di uno stile lettrario che nella sua ricchezza di digressioni metafisiche si staccava decisamente dal cosiddetto "realismo socialista" di regime. Anche alla figura del poeta Jaroslav Seifert (1901-1986) possiamo solo accennare di sfuggita. Nato in una famiglia di umili origini, si iscrisse al partito comunista per poi distaccarsene nel '26. La sua produzione lirica inizia negli anni '20. Seifert è un cantore della vita quotidiana, delle strade di Praga, dei paesaggio, degli stati d'animo del suo popolo. Nel '50 il regime lo definì "decadente", ma Seifert non si vendette mai alla letteratura politica. Fu tra i principali esponenti del rinnovamento politico del paese prima del '68, e fu firmatario di Charta 77. Rimosso da ogni incarico ufficiale, le sue poesie non potevano però essere ignorate e continuavano ad apparire sui testi di scuola. Nel 1984 ricevette il premio nobel per la letteratura. In Slovacchia, il culmine della poesia moderna è rappresentato dall'opera di Valentin Beniak (1879-1973); nella sua poesia risuona tutto ciò che tocca il suo animo: il villaggio slovacco, le impressioni personali, i drammi del mondo, il senso della libertà, la posizione della donna. Il periodo che va dal 1918 alla presa del potere da parte dei comunisti nel '48 ha una ricca produzione letteraria, un libero sviluppo di varie correnti artistiche; si affermano correnti moderne, espressionismo, simbolismo, surrealismo, le avanguardie cattolica e socialista, e specialmente per la cultura slovacca è un periodo segnato da molti slanci entusiastici.// |
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