VACLAV HAVEL: Un politico antipolitico
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Uno dei costanti paradossi presenti nella vita di Vaclav Havel è di essere stato costretto, dalle circostanze storiche, ad esser ciò che non ha mai voluto essere o per cui non ha mai avuto alcuna particolare disposizione. Scorrendo la biografia dell'attuale presidente della repubblica cecoslovacca, infatti, non si può non condividere la lapidaria conclusione che ha dato di se stesso: "Metto il naso in tutto quello che posso e non sono esperto di niente in particolare" (1): "A volte faccio della filosofia [scrive il suo primo libro di filosofia a 13 anni - nda], ma sono forse un filosofo? La mia cultura filosofica [...] è più che lacunosa e assolutamente frammentaria. Di tanto in tanto scrivo di letteratura: se c'è qualcosa che di sicuro non sono, è il critico letterario. A volte mi occupo persino di musica, eppure il mio senso musicale può essere soltanto fonte di ilarità generale. Non sono un vero specialista nemmeno in quello che ritengo la mia principale e originaria professione, cioè il teatro" (2). Nato a Praga da Vaclav M. Havel e da Bozena Vavreckova il 5 ottobre 1936 (suo padre progetta la famosa città-giardino Barrandov, dove verranno impiantati importanti studi cinematografici), sin da bambino, a causa delle sue origini medio-borghesi, vive quello che successivamente definirà l'esperienza dell'assurdo: è lo sguardo dall'esterno, dello spettatore che osserva la vita cui non partecipa perché non vi è accolto, e ne riscontra l'assurdità, la perdita di significato. Tale esperienza, protrattasi con l'instaurazione in Cecoslovacchia del regime totalitario comunista e, dopo la breve pausa della Primavera, fin negli anni della normalizzazione di Husak, costituisce come il fil rouge di tutta la sua produzione artistica e filosofica.

Terminata nel 1951 la scuola dell'obbligo, Havel è costretto a trovarsi un lavoro perché, sempre a causa della sua posizione sociale e in pieno regime comunista, non può proseguire gli studi superiori. Sulle tracce di Faust, fa l'apprendista in un laboratorio farmaceutico, mentre con amici fonda il gruppo "Classe del '36": stampano una rivista clandestina dattiloscritta, organizzano convegni e, soprattutto, rischiano grosso. Havel, tra una poesia e l'altra, frequenta personalità che hanno segnato il mondo letterario boemo, fra le quali il nobel Seifert, Holan, Kolar. Nel 1954, al termine dell'agognata maturità conseguita al liceo serale, Havel cerca di iscriversi invano in facoltà ad indirizzo umanistico finché, per evitare la chiamata alla leva militare, si immatricola "per disperazione" (3) alla facoltà di economia dei trasporti: "L'unica facoltà dove acconsentirono a prendermi. Speravo ingenuamente che la cosa avrebbe finito per interessarmi. Resistetti per due anni, poi riconobbi di aver commesso una leggerezza e cercai di passare alla facoltà cinematografica. Però non venni accettato. Andai poi a fare il servizio militare dove, con mia grande meraviglia, venni accettato" (4). Intanto il 1955 segna il debutto di Vaclav nel mondo della cultura ufficiale, con un intervento di critica letteraria pubblicata sulla rivista "Kveten". Dunque, nel 1957 è sotto le armi, in un periodo di profondi e acuti mutamenti nel clima sociale e politico nei paesi dell'Europa orientale: il 1956 è l'anno del XX Congresso del pcus, l'anno dell'intervento armato in Ungheria, l'anno del ii Congresso dell'Unione scrittori cecoslovacchi che registra i famosi e coraggiosi discorsi di Seifert e Hrubín. Durante il servizio militare Havel ha l'opportunità di conoscere il teatro più da vicino nonché di mettere in scena con amici commilitoni alcune opere coraggiosamente critiche, finché esperti dell'ufficio politico dell'esercito, dopo alcune analisi, giungono alla giusta conclusione che i giovani drammaturghi li stavano semplicemente prendendo in giro. E' di questi stessi anni una rinascita nel teatro cecoslovacco, dopo i cosiddetti grandi teatri ufficiali, dove si rappresentano classici e satira dei relitti del passato, secondo la tradizione sovietica. Con la scomparsa dell'avanguardia teatrale degli anni Trenta, infatti, e dopo i testi della propaganda programmati dall'alto, verso la metà degli anni Cinquanta sulle scene cecoslovacche regna il vuoto. Alla fine di quest'ultimo periodo, in concomitanza con lo sviluppo della situazione socio-politica, anche nel teatro si assiste a un certo rinnovamento: è di questi infatti anni l'affermazione di nuove figure di registi e di attori, come Alfred Radok, Ivan Vyskocil, Jaromir Pleskit, Otomar Krejca, Jan Grossman, Pavel Kohout, Milan Kundera. Intanto Havel si lega sentimentalmente con Olga Splíchalova, una ragazza di origine proletaria, "ciò - confesserà poi - di cui avevo bisogno: la risposta mentale alla mia incertezza mentale, un sobrio revisore delle mie folli idee, un sostegno privato alle mie avventure pubbliche"(5). La sposerà nel luglio del 1964, e lei sarà sempre al suo fianco nell'impegno per i diritti umani.

Nel 1958 a Praga, nel cuore stesso della capitale, viene fondato il teatro Na Zabradlí, "Alla ringhiera", che sarà portatore di un rinnovato entusiasmo nella recita e nella ricerca della libertà, in un'atmosfera mista di humor e intelligenza, senza prendere tutto quanto troppo sul serio, secondo la massima del direttore, Grossman: il teatro va fatto bene, ma non lo si deve prendere troppo sul serio. Lo stesso Havel riprenderà questa Weltanschauung in un suo scritto: "Chi si prende troppo sul serio finisce per diventare ridicolo, mentre chi riesce sempre a sorridere di se stesso non può diventare realmente ridicolo" (6). Nel 1961 viene assunto da Grossman a lavorare nel teatro, così che, dopo aver fatto il macchinista, l'elettricista e l'"idiota specializzato" (7), spinto dal direttore mette in scena le prime opere di ampio respiro (Festa in giardino, L'avviso, Difficoltà di concentrazione) e completa gli studi drammaturgici per corrispondenza. Scrive di lui Grossman: "Se Havel ha iniziato a scrivere è certamente perché ne aveva le capacità, anche grazie al fatto di trovarsi in un ambiente che gli ha dato il debito impulso" (8). Havel rimarrà al Na Zabradlí fino all'inizio della normalizzazione. Nel 1965 entra nella redazione del mensile letterario "Tvar", ai confini della cultura ufficiale, proprio in un periodo di "mille discussioni senza fine, di riunioni, di litigi" (9). Il novello redattore partecipa nel giugno dello stesso anno al Congresso degli scrittori cecoslovacchi, con un intervento nel quale si accanisce contro il burocratismo, l'intolleranza e la discriminazione di autori censurati e allontanati dalla cultura ufficiale. Nel 1966 esce la raccolta di poesie tipografiche Antikódy. L'anno dopo, al iv Congresso degli scrittori, Havel, Klíma, Kohout e Vaculík vengono depennati dalla lista dei candidati ad entrare nel Comitato Centrale dell'Unione degli Scrittori cecoslovacchi.

La Primavera di Praga coglie Havel, come molti, di sorpresa: durante quei mesi esaltanti e turbinosi egli opta per la possibilità di fondare un partito di tendenza democratica, dignitoso partner del partito comunista, e non cessa di essere vivo testimone di quanto accade: "Ho sempre concepito la mia missione come un dovere di dire la verità sul mondo in cui vivo" (10). Il 21 agosto, giorno dell'invasione della Cecoslovacchia da parte degli eserciti del Patto di Varsavia, Havel con amici è a Liberec, nella Boemia settentrionale e, pur senza volerlo, si trova coinvolto nella resistenza, operando presso la radio locale per invitare la gente a non cedere ai soprusi e partecipando a numerosi dibattiti. Il giudizio sul '68 praghese è lucidamente espresso ne Il potere dei senza potere: "Tutti i cambiamenti innanzitutto di clima e poi di concezione ed infine di struttura non avvennero sotto la spinta delle strutture parallele quali cominciano a formarsi oggi [...]. Si trattò allora semplicemente dell'esito della spinta dei tentativi più disparati - ora più coerenti, ora solo approssimativi e spontanei - di un pensiero più libero, di una creazione e di una riflessione politica indipendenti [...]; si trattò quindi di un processo di graduale risveglio della società, di una sorta di apertura furtiva della sfera segreta [...]"(11). E' del settembre 1969 la sua lettera ad Alexander Dubcek, in cui scrive che un'azione puramente morale che non ha la speranza di avere un effetto politico (nel senso haveliano del termine) immediato e visibile può essere apprezzata in modo indirettamente politico: si riscontra qui in nuce quel presupposto che si tradurrà in atto negli anni successivi nell'esperienza di Charta '77 (12).

Gli anni Settanta sono l'epoca della frustrazione generale, "della grigia quotidianità totalitario-comunista" (13), in cui "la Cecoslovacchia diventa un'isola di silenzio, di ingiustizia, di sistematica demoralizzazione e di criminale sfruttamento del futuro" (14). Havel si ritirerà a più riprese, vessato e sorvegliato dal regime, nella casetta di campagna di Hradecek, luogo di incontro per le riunioni con gli amici Kohout, Vaculík, Klíma, Trefulka, e poi ancora con Vohryzek, Urbanek, e tanti altri, scrittori e attivisti, ora dissidenti: è questo l'unico spazio di libertà per il drammaturgo, che imbocca ormai come tanti altri la via del dissenso. "Un uomo - scrive riflettendo su questo tema - non diventa dissidente perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene sbattuto fuori dalle strutture esistenti e messo in confronto con esse"(15). Mentre scrive I cospiratori e L'opera dei mendicanti, il suo nome finisce sul libro nero delle direttive segrete che eliminano le opere degli scrittori pericolosi o scomodi dalle scuole, dalle università, dalle biblioteche e dalle librerie. Nel 1974 Havel lavora per nove mesi come operaio nella fabbrica di birra di Trutnov, vicino a Hradecek. E' questo un periodo piuttosto sterile nella vita culturale del drammaturgo, dal quale si riavrà l'anno dopo, quando decide una volta per tutte di non restare più un oggetto passivo, ma di porsi sempre più anche nel campo sociale come un elemento attivo. E' datata 8 aprile 1975 la famosa Lettera al segretario generale del Partito comunista Gustav Husak, dove dipinge la realtà cecoslovacca come una società governata dalla paura, una paura accettata quale componente della vita quotidiana di milioni di cittadini. Sfruttando questo sentimento, il sistema totalitario porta la popolazione ad una "crisi dell'identità umana" (16) e, nel mondo della cultura, alla diffusione dell'"estetica della banalità". Il cittadino cecoslovacco - dichiara Havel al presidente - ha la sensazione di non vivere più nella storia, in quanto "il disordine della storia autentica viene sostituito dall'ordine della pseudostoria" (17), e può capitare che la crisi scoppi magari ben diversamente dal '68. La risposta del regime in un certo senso si farà attendere, ma non mancherà di colpire il dissidente. Nel periodo 1975-76 vengono alla luce nuove opere teatrali, L'udienza, ispirata all'esperienza nella fabbrica di birra (il cosiddetto "ciclo di Vanek"),Vernissage, Albergo di montagna. L'inverno del '76 è un periodo decisivo per la cultura libera cecoslovacca. Durante la permanenza di Havel nella residenza di Hradecek, un amico gli propone di conoscere Ivan Jirous, in arte "Magor", musicista, che aveva fondato un gruppo rock non conformista, i "Plastic people", già oggetto di bersaglio da parte delle autorità. Tutto il gruppo finirà in carcere: è il primo attacco alla cultura indipendente dopo i processi del '68. Havel interviene organizzando una campagna per i "Plastic people". Oltre 70 persone, fra cui molti scrittori, sottoscrivono una lettera aperta allo scrittore tedesco Heinrich Böll, perché intervenga presso le autorità cecoslovacche: lo stato totalitario è sorpreso dal gesto imprevisto e contrattacca dapprima diffamando la petizione e in un secondo momento cominceranno le persecuzioni dirette contro le singole persone. Ma la gente presente ai processi prefigura già in sostanza Charta '77 , sorta ufficialmente nel dicembre 1976 ad opera di Havel, Nemec, Komeda, Uhl, Vaculík, J. Hajek, Mlynar, Kohout (che dà il nome all'iniziativa, nome simbolico, in quanto era l'anno dedicato ai diritti dei prigionieri politici). E' l'atto di nascita della Charta, "comunità libera informale ed aperta di uomini di diverse convinzioni, diverse religioni e diverse professioni, legati dalla volontà di operare individualmente e insieme per il rispetto dei diritti civili ed umani" (18). Havel è anche tra i primi tre portavoce del Documento n. 1 datato 1 gennaio 1977, con J. Hajek e J. Patocka; quest'ultimo morirà il 13 marzo 1977 dopo estenuanti interrogatori. Il giorno dopo la morte di Patocka anche Havel viene arrestato: sarà incriminato di sovvertimento della repubblica per aver inviato la Lettera a Husak e per aver contribuito alla fondazione di Charta '77. Resterà in carcere fino a maggio, mentre i mass media cecoslovacchi attivano una campagna di diffamazioni sul suo conto, finché, pressato dalle minacce, si dimette dall'incarico di portavoce. Viene processato in ottobre con l'accusa di danneggiamento degli interessi della repubblica cecoslovacca all'estero, e su di lui penderà una condanna a 14 mesi di carcere, con la condizionale a 3 anni. Ciononostante, il dissidente Havel non si distoglie un solo istante dall'impegno per i diritti umani, e il 27 aprile del '78 è tra i fondatori del vons, Comitato per la difesa dei cittadini ingiustamente perseguitati, sorto allo scopo di fornire aiuto e assistenza alle vittime dell'escalation di persecuzioni attuate dal regime contro i membri di Charta '77. Nello stesso anno termina il saggio Il potere dei senza potere e l'atto unico La firma, mentre dal 6 novembre ricopre nuovamente l'incarico di portavoce di Charta '77. Ma oramai il potere stringe la morsa, e il 29 maggio 1979 Vaclav Havel viene arrestato insieme ad altri 15 membri del vons, incriminato per attività sovversiva e condannato in ottobre a 4 anni e mezzo di carcere senza condizionale, da scontare nella prigione di Hermanice. Al processo renderà pubblico omaggio a tutti coloro che - per dirla con Patocka - hanno subìto il crollo: "...Conosco bene tutti i collaboratori del vons: quelli che sono qui con me ora, quelli che aspettano il loro turno per essere processati e quelli che con mia grande gioia sono in libertà [...]. Si può dire che il motivo principale del loro agire è l'amore per l'uomo. Sono fiero di aver potuto lavorare con gente simile"(19). In carcere ai detenuti è consentito scrivere ai propri famigliari non più di quattro pagine alla settimana, senza virgolette, sottolineature o commenti umoristici: "Si trattava - commenta Havel - in verità anche di uno sport. Ci riuscirà di raggirare il comandante o non ci riuscirà?" (20). Ne uscirà il libretto Lettere a Olga, inizialmente circolante nel samizdat, contenente 164 lettere indirizzate alla moglie, che ricoprono l'arco di tempo dal giugno '79 al settembre '82; esse forniscono una nuova testimonianza di come la verità possa trionfare sulla menzogna anche nell'apparente sconfitta. Viene rimesso in libertà il 7 febbraio 1983, alcuni mesi prima della scadenza della condanna, per problemi di salute.

Negli anni successivi, Havel è sempre in primo piano in tutti i gesti in difesa dei cittadini perseguitati dal regime comunista, nonostante debba subire le vessazioni e la sorveglianza delle autorità; né abbandona la sua vocazione teatrale: scrive Largo desolato nel 1984, La tentazione nel 1985, Il risanamento nel 1987. L'11 novembre dell''86 Havel viene insignito del Premio Erasmo "per il suo contributo alla cultura europea", considerato dal dissidente "il riconoscimento per Charta '77", per "tutti coloro che nella parte d'Europa in cui mi è dato vivere, si sforzano, nonostante tutte le difficoltà, di vivere nella verità, che anche qui tentano di dire ad alta voce quello che pensano, che cercano di rimanere uomini a dispetto di tutte le pressioni disumanizzanti" (21). Egli rilancia il "coraggio di essere folli: [...] ossia cercare con tutta la serietà possibile il cambiamento di ciò che vien definito immutabile" (22). Ma il "folle" drammaturgo non potrà recarsi a Rotterdam per ritirare di persona il premio, in quanto teme giustamente di venir privato della cittadinanza e di non poter più rientrare in patria. Un nuovo arresto di alcuni giorni - ormai i fermi temporanei non si contano più - colpisce Havel il 28 ottobre 1988, in occasione dell'anniversario della fondazione della repubblica cecoslovacca. Il 16 gennaio dell''89 viene nuovamente arrestato a Praga in relazione alla manifestazione informale del 15 gennaio 1989, a vent'anni dal sacrificio di Jan Palach. Imputato di istigazione a delinquere e impedimento ad atto di pubblico ufficiale (il fatto cioè di aver deposto fiori sotto la statua di san Venceslao), Havel, nonostante l'ondata di proteste, viene condannato a 9 mesi di carcere e successivamente rimesso in libertà con la condanna a 18 mesi con la condizionale; ma quest'ultima pena, fortunatamente, non riesce a scontarla per il susseguirsi degli avvenimenti che portano, nel novembre 1989, alla caduta del regime comunista di Husak, "quando l'eternità, con dolce violenza e tenera forza, irrompe nei continui cambiamenti delle circostanze, toccando le nostre anime di credenti e non credenti" (23). In relazione alla Rivoluzione di velluto, di cui è stato costretto ad essere uno dei protagonisti, Havel dichiara: "la nostra rivoluzione antitotalitaria è stata - almeno all'inizio - la rivoluzione dei ragazzi. Per le strade si sono riversati ragazzi delle scuole superiori e apprendisti, sono usciti sulle strade, mentre i loro genitori avevano paura, per loro e per se stessi. Li hanno chiusi in casa, li hanno condotti fuori città per il week-end. Poi hanno iniziato a scendere in strada con loro. Dapprima, di nuovo, perché avevano paura, poi perché hanno visto il loro entusiasmo. Questi ragazzi hanno risvegliato nei genitori il loro io migliore. Hanno tolto la maschera alla menzogna e li hanno costretti a mettersi dalla parte della verità". (24) Dopo aver rappresentato il Forum Civico, organismo che raggruppa l'opposizione al regime, alle trattative per la costituzione di un nuovo governo, il 14 dicembre la folla, la "grande riserva di forze morali e spirituali" (25) della nazione cecoslovacca lo acclama presidente. Il 29 dicembre 1989 Vaclav Havel viene eletto all'unanimità presidente della repubblica cecoslovacca...

Nell'aprile 1990 la Cecoslovacchia ormai libera accoglie la prima visita di un Papa nella sua storia: "messaggero d'amore" in un paese devastato dall'odio, "simbolo vivo della cultura" in un paese devastato dall'ignoranza di stato, "messaggero della pace" in un paese lacerato dalle divisioni. Nell'omaggio a Giovanni Paolo II, portato il 21 aprile nelle antiche sale del Castello di Praga, Havel ricorda come il pontificato del Papa sia sempre stato strettamente unito all'idea della difesa dei diritti dell'uomo, alla valorizzazione della dimensione culturale dell'esistenza, alla "pura fonte di vera responsabilità umana, cioè la sua fonte metafisica". Il Papa saluta nel presidente "un uomo che arricchisce la cultura politica contemporanea dell'Europa, ponendo l'accento sui valori che sono così vicini a noi cristiani"(26)... In occasione dell'anniversario dell'invasione delle truppe del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia ,il 21 agosto 1990 Havel indirizza in piazza san Venceslao un discorso in cui afferma che "la Rivoluzione non è terminata. Al contrario, la fase più importante deve ancora realizzarsi. Non è vero che la Rivoluzione sia fallita. Semplicemente non si è ancora conclusa. E non si può valutare un'opera finché non è terminata" . Invita perciò i propri concittadini ad avere il coraggio di rischiare per questa avventura della libertà e della democrazia: "Oggi non ci minaccia nessuno, oggi dipende solo ed unicamente da noi [...]. Abbiamo perso venti anni, e ora non possiamo permetterci di perdere neppure un giorno" (27). Nello stesso mese di agosto Havel partecipa alla Conferenza internazionale sui diritti umani riunita ad Oslo dove, prendendo in esame la situazione sociale di molti paesi dell'Europa orientale, analizza il problema di un sentimento molto comune nell'animo umano, l'odio, da esperienza del singolo individuo a comune espressione di cecità collettiva capace di unire pericolosamente e allo stesso tempo di distruggere gruppi e interi popoli. Ed è di nuovo l'"inevitabile fase della delusione e della depressione" che può portare allo scatenarsi dell'ira e dell'odio verso nuove vittime che sostituiscono oggi il sistema totalitario: "La rabbia impotente gode nel cercare il proprio parafulmine"(28)... Il carattere realistico delle valutazioni che percorre tutta la sua attività culturale e politica, si riflette in una nuova presa di posizione in occasione del primo anniversario della Rivoluzione di velluto, nel novembre 1990: "E' trascorso un anno. E oggi qui tutti noi ci troviamo un po' imbarazzati" (29). A distanza di un anno, infatti, si ha la sensazione drammatica che non siano state realizzate le promesse e forse neppure le premesse racchiuse in quell'epoca di euforia. "Un anno fa - conclude il presidente cecoslovacco - ha vinto lo spirito amante della libertà dei nostri popoli sulla violenza e sul totalitarismo. Credo che oggi vinceranno in ognuno di noi la ragione, l'onestà e la tolleranza sulla rivalità, sull'egoismo e sull'intolleranza" (30)...

Nel Discorso di capodanno per il 1991 il presidente ricorda innanzitutto ciò che è ancora causa di problemi e incomprensioni: "L'eredità dei decenni trascorsi" è ancora attiva, l'opera di ricostruzione deve durare a lungo. "Ci rendiamo conto che ciò che a noi un anno fa sembrava solo una casa trascurata, è in realtà una rovina", si diffonde la paura del futuro, si respira un'aria di nervosismo e tensione all'interno della società. Allo stesso tempo non si possono misconoscere i primi risultati: il ritiro delle truppe sovietiche dalla Cecoslovacchia, le prime elezioni libere, il rinnovamento della legislazione, le riottenute libertà di parola, di espressione, di associazione, la libertà religiosa, il ristabilimento dei rapporti ufficiali con il Vaticano, l'elaborazione di riforme economiche. Accanto ai risultati "ci aspettano ancora epoche dure" confessa Havel ai propri concittadini, ed è essenziale "non perdere la speranza". Come in occasione del Capodanno 1990 aveva parafrasato Komensky, anche quest'anno lo riprende, in modo leggermente diverso: "Tocca a te, o popolo cecoslovacco, mostrare che il ritorno del governo nelle tue mani ha un significato".(31)
Durante il suo mandato, in politica estera ha svolto un'intensa attività per riportare la Cecoslovacchia sulla scena internazionale, e riallacciare buoni rapporti con gli stati occidentali, europei e USA, e Israele. In politica interna, Havel è stato fautore del rinnovamento del sistema di democrazia parlamentare e ha impostato la sua politica su una linea fortemente europeista. Il 20 luglio 1992 abdica dalla funzione di presidente federale dopo la decisione comune (5 luglio 1992) di sciogliere la federazione. Dopo la nascita della Repubblica ceca indipendente, il 26 gennaio 1993 viene eletto suo primo presidente (giuramento 2 febbraio). Nel gennaio 1996 muore la moglie Olga; in autunno deve sottoporsi ad operazione chirurgica per serie complicanze polmonari, recidive negli anni successivi. Nel 1997 si sposa con l'attrice Dagmar Veskrnova. Il 20 gennaio 1998 è stato rieletto presidente della Repubblica ceca. Il mandato scade nel febbraio 2003.

NOTE:

1: Vaclav Havel, Interrogatorio a distanza, a cura di K. Hvízd'ala, Garzanti, Milano 1990, p. 199.
2: ib., pp. 199-200.
3: ib., p. 151.
4: Vaclav Havel, Autoritratto, in: Il potere dei senza potere, cseo outprints n. 1, Bologna 1979, p. 5.
5: Vaclav Havel, Interrogatorio a distanza, op. cit., p. 159.
6: Vaclav Havel, Dissenso, pace, pacifismo, in: "L'Altra Europa", n. 5/1986, p. 18.
7: Vaclav Havel, Interrogatorio a distanza, op. cit., p. 91.
8: Vaclav Havel, Protokoly, Mlada Fronta, Praha 1966, p. 12.
9: Vaclav Havel, Interrogatorio a distanza, op. cit., p. 91.
10: ib., p. 32.
11: Vaclav Havel, Il potere dei senza potere, op. cit., p. 83
12: Cfr. a questo proposito quanto scriveva Jan Patocka: "Occorre qualcosa di radicalmente non tecnico, non mediato, occorre una morale non occasionale o utilitaristica, bensì assoluta", nell'intervento Cos'è e cosa non è Charta '77, in: "L'Altra Europa", n. 3/1987 p. 20.
13: Vaclav Havel, Interrogatorio a distanza, op. cit., p. 126
14: Projev prezidenta V. Havla na Vaclavském namestí v Praze, in: "Lidové noviny", 22 agosto 1990.
15: Vaclav Havel, Il potere dei senza potere, op. cit., p. 56.
16: Vaclav Havel, Dissenso culturale e politico in Cecoslovacchia. Per una decifrazione teatrale del codice del potere. A cura di C. Guenzani, Marsilio, Venezia 1977, p. 356.
17: ib., p. 357.
18: Charta '77, Cinque anni di non-consenso, cseo outprints n. 13, 1982, p. 19.
19: Processo a Praga, cseo outprints n. 5, 1980, p. 52.
20: Vaclav Havel, Interrogatorio a distanza, op. cit., p.153.
21: Vaclav Havel, Elogio della follia, in: "L'Altra Europa", n. 2/1987, p. 27 segg.
22: ib.
23: Josef Zverina, La gioia di essere Chiesa, cseo, Bologna 1990, p. 64.
24: Vaclav Havel, Nelzete ve jménu detí, in: "Lidové noviny", 2 ottobre 1990.
25: Vaclav Havel, Politica, arte dell'ideale (discorso di Capodanno), in "L'Altra Europa", n. 2/1990, p. 77.
26: I passi riportati sono apparsi su: "L'Altra Europa", n. 4/1990, p. 106 segg.
27: Le due citazioni sono contenute in: Projev prezidenta V. Havla na Vaclavském namestí v Praze, cit.
28: Le citazioni sono contenute in: Vaclav Havel, Anatomia dell'odio, in: "L'Altra Europa", n. 1/1991, p. 140.
29: Verím v rozum a tolerance, in "Lidové noviny", 19 novembre 1990.
30: ib.
31: Citazioni contenute in: Novorocny projev, in: "Lidové noviny", 2 gennaio 1991.