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In questo modo il linguaggio comunista si appropria dei
vecchi concetti, suggerendo loro un significato
nuovo, diametralmente opposto. Sembra che
l'inizio di questa fase coincida con il momento in cui il
regime comunista assume un carattere totalitario,
quando ormai si sono esaurite le potenzialità
dell'entusiasmo rivoluzionario combinato con la violenza, e
la lingua diventa l'unico strumento di dominio. Il
rivoluzionario è un uomo di idee (o meglio dell'unica
Idea), lotta per la realizzazione di un determinato ideale;
spesso può commettere delle infamie, ma agisce in
nome della dottrina di cui vuol convincere gli altri. Il
linguaggio per lui resta ancora un mezzo di
comunicazione, poichè per poter convincere
deve farsi capire. Il sovrano totalitario è un uomo
di indole diversa: non ha più alcuna idea da
difendere, gli interessa solo governare e per quanto
possibile in modo totalitario; il suo unico ideale è
un potere illimitato, totale. Non ha quindi bisogno di
convincere nessuno, gli basta la semplice obbedienza. Un
potere totale presuppone dunque una obbedienza altrettanto
totale. Come ottenerla? Il terrore fisico ha i suoi limiti,
sa di non poter arrivare all'annientamento fisico o
spirituale dell'uomo, gli basta vincerlo e intimidirlo, ma
deve tenerlo in vita e conservarne almeno la capacità
lavorativa. A lungo termine è perciò
necessario dominare il pensiero umano. Ma come fare?
Dettare al pensiero determinati contenuti selezionati in
modo da rimpinzarlo fino al punto di paralizzarlo sarebbe
una fatica da sisifo; al dominio totalitario non basta il
classico metodo dell'indottrinamento, perchè deriva
ancora dal modello del convincimento (sia pure enormemente
più intenso e concentrato), e quindi dalla
comunicazione (sia pure a senso unico). Il problema è
che non si può impedire del tutto e per sempre che
nel pensiero umano penetrino contenuti diversi, estranei,
indesiderabili, sia dal mondo esterno, non totalitario, sia
dal passato, dalla memoria storica dei sudditi:
perciò nè gli argomenti in sè maliziosi
nè la dialettica in sè ingannevole può
dare la certezza che l'uomo non si metta a pensare. Occorre
dunque portare le cose al punto che l'uomo non reagisca
più a quegli stimoli; se non possiamo escluderli del
tutto, almeno dobbiamo agire in modo che il pensiero umano
ne sia immune (1). Se non siamo in grado di decidere
come l'uomo debba pensare, tentiamo almeno di
indebolire la sua capacità di pensare. Chi non
potrà pensare autonomamente non sarà neppure
in grado di agire autonomamente, e sarà pienamente
adatto per un'obbedienza totale.
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