|
www.charta77.org
/ ARTICOLI |
|
|---|---|
|
La
mattina del 6 gennaio 1977 accadde a Praga, nel quartiere di
Dejivice, un fatto inaudito: in piena stagnazione
totalitaria, un inseguimento da film tra auto della polizia
e una Saab condotta da tre uomini. Uno di loro era riuscito
a scendere e &endash; dettaglio ancor più surreale
&endash; a imbucare una quarantina di lettere poco prima che
venissero tutti fermati dagli agenti. Non si trattava di
ubriachi né di terroristi, erano l'attore P.
Landovsky, e gli scrittori V. Havel e L. Vaculik, esponenti
di varie tendenze della cultura alternativa, che si erano
assunti in quei giorni il compito gravoso di presentare
ufficialmente alle autorità comuniste la nuova
iniziativa informale nata un paio di settimane prima, e che
s'era data nome di "Charta 77". Il documento nr. 1 esponeva
le ragioni dell'iniziativa e, forte dell'entrata in vigore
nel marzo 1976 dei patti internazionali sui diritti civili e
politici sottoscritti ad Helsinki anche dai paesi del blocco
sovietico, ne esigeva il rispetto reale da parte delle
autorità cecoslovacche: "Si trattava - ricorda Havel
- di prenderle in parola e dire: qui ci sono scritte queste
cose, e noi vogliamo che tutto questo sia garantito, e lo
chiediamo in maniera pacifica".
Charta 77 si differenziava dai progetti utopici di "sollevamento popolare" progettati a tavolino che c'erano già stati anni addietro, ma che avevano lasciato indifferente la popolazione, "normalizzata" e - relativamente - sazia. Fu un'iniziativa che si era prefigurata spontaneamente durante il processo contro alcuni giovani musicisti underground del gruppo Plastic People tenutosi nel settembre 1976 a Praga: "In quel periodo - ricorda Havel - era ancora permesso al pubblico affollare i corridoi e le scale del tribunale, si potevano vedere gli imputati, si poteva rivolgere loro la parola.... Il pubblico raccolto in tribunale era una prefigurazione di Charta 77... Io sentivo che in quei giorni era nato qualcosa che bisognava fissare, che non poteva sfumare e dileguarsi, ma che doveva trasformarsi in un'azione più durevole che, per così dire, ci portasse sulla solida terra". Seguirono alcuni incontri clandestini fra gli attivisti del dissenso ceco, si trovò il nome, si delineò la "strategia" per raccogliere le firme e fu abbozzata la dichiarazione programmatica, in cui si definiva Charta 77 come "comunità libera informale ed aperta di uomini di diverse convinzioni, diverse religioni e diverse professioni, legati dalla volontà di operare individualmente e insieme per il rispetto dei diritti umani nel nostro paese e nel mondo". Contro l'apatia e la paura, si invitavano i cittadini a riscoprire la corresponsabilità per il destino del proprio paese: "Charta 77 si fonda sulla solidarietà ed amicizia di uomini che condividono la preoccupazione per la sorte degli ideali ai quali hanno legato la loro vita e il loro lavoro... Charta 77 non è una organizzazione, non ha statuto, non ha organi permanenti né membri inquadrati in modo organizzato. Ad essa appartiene chiunque aderisca alla sua idea, partecipi al suo lavoro e lo sostenga". Inoltre si precisava - a dispetto di quanti ancor oggi lo dimenticano spesso - che Charta 77 "non è una base per una attività politica di opposizione". Il documento nr. 1 fu affidato ai primi tre portavoce, V. Havel. J. Hajek e J. Patocka (quest'ultimo - già piuttosto anziano - due mesi dopo avrebbe pagato con la vita la propria adesione, morendo per le conseguenze di un brutale interrogatorio della polizia). Poi iniziò la raccolta delle prime firme (242): "Charta 77 - ricorda la professoressa J. Siklova, che allora operò come tanti altri "dietro le quinte" - poteva firmarla chiunque mettesse nero su bianco di essere d'accordo con il suo testo e lo consegnava ai portavoce. I nomi e gli indirizzi erano esposti sotto ogni copia... Non era un'organizzazione, nessuno invitava gli altri ad entrarci, non c'erano tessere. Tutto era basato sui contatti personali e sulla fiducia reciproca Era ovvio che si rischiava. Ma funziona così, una cosa di valore non è mai gratuita". "Le autorità - commenta ironicamente Vaculik - reagirono secondo il loro consueto folclore": fermi, arresti, perquisizioni a portavoci e firmatari, e l'avvio di una vasta campagna denigratoria sui media, specialmente dopo che la notizia era rimbalzata all'estero. Il Rude Pravo uscì il 12 gennaio con il famigerato articolo intitolato "Falliti e usurpatori" in cui si leggeva: "La cosiddetta Charta 77 è stata consegnata ad alcune agenzie stampa occidentali da un gruppo di persone composto da falliti rappresentanti della borghesia reazionaria cecoslovacca e della controrivoluzione del 1968, su ordine delle centrali anticomuniste e sioniste. Si tratta di uno scritto sobillatorio, antistatale, antisocialista e demagogico che si scaglia contro il popolo, e calunnia in modo grossolano e menzognero la repubblica socialista cecoslovacca e le conquiste popolari" ecc. ecc. Il 28 gennaio il Partito costrinse i rappresentanti della cultura ufficiale a firmare la cosiddetta "Anticharta", pena la condanna all'oblio. A febbraio continuarono le "risoluzioni spontanee" provenienti dai luoghi di lavoro e studio contro Charta 77, che ebbero l'effetto boomerang di far conoscere l'esistenza dell'iniziativa. Nel '78 P. Uhl e V. Benda, due personalità culturali contrapposte di Charta 77, inguaribile rivoluzionario il primo, cattolico praticante il secondo, organizzarono con altri il Comitato per gli ingiustamente perseguitati (VONS): "Ci accorgemmo - ricorda la moglie di Uhl - che quando incarceravano una persona nota e che aveva una certa reputazione, se ne scriveva anche all'estero... e questo la poteva aiutare non solo psicologicamente ma anche concretamente perché aumentava la speranza di ottenere una pena inferiore o un rilascio prima del termine. Questo ci sembrava 'ingiusto'... perciò fondammo il VONS, in modo che tutti coloro che sapevamo essere stati incarcerati ingiustamente, avessero almeno un briciolo di difesa, che non rimanessero anonimi". Le anime di Charta 77 erano - come già si accennava - molteplici, vi furono anche dibattiti interni aspri, come in occasione dell'emendamento sulla legge sull'aborto (1988), si riproponeva spesso l'eterna discussione sul pragocentrismo del dissenso a scapito della sua presenza in Slovacchia, dove più forte era l'esperienza di matrice cattolica, legata soprattutto alla Chiesa clandestina e alle comunità di base guidate da figure carismatiche di preti e laici (il vescovo Korec, V. Jukl, Ferko Miklosko...). Dalla metà degli anni '80, poi, la "vecchia generazione" del dissenso dovette fare i conti con le nuove leve dei giovani insofferenti usciti dagli ambienti universitari, che auspicavano un intervento pubblico più immediato, comprese le manifestazioni di piazza. Dopo l'86 e le aperture, nolenti o dolenti, di Gorbacev, il dissenso cecoslovacco si fece sempre più inquieto, e dall'esperienza di Charta 77 sorsero altri gruppetti che sottolineavano maggiormente l'uno o l'altro aspetto sociale o politico da riformare. Nonostante i processi e le operazioni di polizia (una fra tutte, "Asanace", con cui il regime tentò di sbarazzarsi degli attivisti costringendoli a trasferirsi all'estero con promesse e/o minacce), Charta 77 è riuscita a diffondere fino al novembre 1989 circa 600 documenti sui diritti umani e civili (documenti che finalmente stanno per essere pubblicati in due volumi), grazie al sacrificio di molti in patria e anche - non c'è da scandalizzarsene - ai finanziamenti provenienti dall'Occidente (filantropi, premi, donazioni e offerte dell'emigrazione). Per questo ci paiono stridere - oggi - le dichiarazioni di qualche politico ceco quando dichiara che, in fondo, gli attivisti del dissenso potevano anche risparmiarsi di alzare tutto questo polverone perché bastava l'indolenza e l'indifferenza della "zona grigia" della popolazione (bell'esempio di stima verso i propri concittadini!) e il regime si sarebbe afflosciato da sé... Ci viene in mente, a proposito, questo episodio: un giorno il signor Prokop Drtina, classe 1900, si era recato dal padre di Havel a firmare la Charta, ma poi c'era rimasto male a non vedere la sua firma in calce al documento pubblicato. Allora il signor Drtina - ex segretario personale del presidente Benes e suo referente nel governo in esilio durante la II Guerra Mondiale, ex ministro della giustizia, che aveva alle spalle 12 anni di carcere come "nemico del popolo", amnistiato, riabilitato nel '68 e poi de-riabilitato - si alzò, prese il suo vecchio cappotto e in pieno inverno andò alla prima stazione di polizia dove, con fierezza, di fronte agli sguardi allibiti dei ragazzotti in divisa, si autodenunciò dichiarando di essere anche lui un firmatario di Charta 77. Alcuni links di approfondimento recentemente apparsi:
|