In generale possiamo dire che la novità introdotta
dal gotico nella rappresentazione di Cristo è lo
sviluppo di una tematica antica, ma letta in una concezione
nuova: ossia il sacrificio di Cristo in tipologie nuove, una
nuova idea di Crocefisso, un'attenzione maggiore alla
nascita di Cristo e infine un nuovo modello di Cristo
stesso, bello, pieno di grazia, benevolo. In questa forma
Cristo rappresenta una bellezza profonda e serena
nell'ambito della creazione e della redenzione e, in secondo
luogo, il sentimento ottimistico della vita dell'uomo
redento, felice della propria fede, pieno di fiducia e di
speranza. Cristo è l'artefice dell'umanesimo
cristiano nella sua pienezza, in cui si incontrano il divino
e l'umano in una sintesi gioiosa. La mistica francescana
esercitò il suo influsso sul tema dell'infanzia di
Gesù: san Francesco inventò il presepe e
introdusse la devozione fervida del Bambino, immacolato
figlio della Vergine Maria. Scomparvero le sale reali e il
broccato su cui era stesa Maria, rimase solo la stalla. Ma
anche nelle composizioni più ricche, come per es. nel
ciclo del Maestro di Vyssi Brod (Galleria nazionale, Praga,
1340 ca.), il Bambino restò sempre un bimbo umano,
anche se con la sua grazia diede il via alla storia della
salvezza.
Il più sviluppato è il ciclo dedicato alla
Passione. Ne furono fonte alcune tradizioni apocrife e le
visioni (Brigitta di Svezia,
Relationes de vita et
passione Jesu Christi et gloriosae Virginis Mariae matris
eius, metà XIV sec.), libri di devozione (come le
Meditationes vitae Christi Dana de Caulibus,
pseudo-Bonaventura, fine XIII sec.). Il ciclo della Passione
iniziava con la Resurrezione di Lazzaro, poi c'era l'Entrata
in Gerusalemme, seguivano la Lavanda dei piedi, l'Ultima
cena, l'Orto degli Ulivi, il Tradimento di Giuda, la Cattura
di Cristo, il Rinnegamento di Pietro, Cristo davanti a
Pilato, Cristo ed Erode, la Flagellazione, l'Incoronazione
di spine, la Via della Croce, la Crocefissione, la
Deposizione dalla croce, la Deposizione nel sepolcro, la
Discesa agli inferi; concludeva il ciclo l'apparizione di
Cristo risorto. La tematica tradizionale e i nuovi elementi
più crudi crebbero drammaticamente fino a creare
composizioni simili a una sorta di visioni (Mathias
Grünewald, Altare di Isenheim, 1515 ca.).
Ciò che originariamente era espresso tramite simboli
e allegorie, ossia la storia della salvezza soprannaturale,
ora veniva narrato e descritto in forma umana: la paurosa
sofferenza di Cristo, fisica e spirituale, il dolore e
l'afflizione dei suoi fedeli, il disgusto e l'odio dei suoi
nemici. Sarebbe però un errore vedere qui solamente
un'umanizzazione, una sorta di progressiva
"temporalizzazione" e "mondanizzazione" del mistero della
salvezza. Cristo qui non è il simbolo
dell'"umanità sofferente", al contrario:
l'umanità sofferente di Cristo (o la sua infanzia)
è il mezzo espressivo attraverso il quale si vuole
destare nello spettatore la carità e la pietà,
tramite l'esperienza storica con Cristo e in Cristo. E'
ancora un'arte cristologica, non antropocentrica, anche se
si rivolge maggiormente all'uomo! Un significato simile
avrà anche il ciclo dedicato a Maria.
Il commiato di Cristo dalla Vergine Maria prima del calvario
è un motivo proveniente dalla mistica francescana
(non c'è né nei Vangeli né negli
apocrifi). Rispetto all'affermazione comune secondo la quale
si tratterebbe di un tema presente nell'arte solo dal XV
sec. (cfr. le xilografie di Dürer dedicate alla Vita di
Maria e alla Passione), possiamo addurre, nell'ambito della
miniatura boema, l'esempio dal cosiddetto Passionale di
Cunegonda (1320 ca.). Il grande maestro conosceva bene i
metodi dell'allora arte miniatoria e superò
contemporaneamente la propria formazione anglo-francese
(Matejcek); egli e seppe dare ad entrambe le figure un
fervore e un'intimità particolari grazie al colorito
tenue e ai tratti delle forme.

Dal
X secolo, in Occidente si moltiplicano le scene del
Getsemani. In Oriente non era un tema molto ricorrente: il
primo esempio conosciuto lo si trova nei mosaici di S.
Apollinare Nuovo a Ravenna (520-524), dove però
Cristo compare in posizione eretta tipo "orante"; altrove
viene raffigurato mentre parla con gli apostoli all'entrata
del giardino degli ulivi. Però il
Codex
Rossanende (fine VI sec.) lo raffigura da solo,
prostrato a terra. In Occidente infine è più
spesso raffigurato in ginocchio, mentre sul suo capo appare
la mano di Dio. Quale sia stata l'importanza di questa scena
al culmine del gotico si può documentare bene con due
esempi dell'arte boema. Il maestro dell'altare di Vyssi Brod
(XIV sec. ca.,
a sinistra, part.) espresse il
profondo sacrificio di Cristo: egli è in posizione
semieretta, vi sono alberi sul lato sinistro dell'immagine e
ripide rocce che creano un spazio crescente che sottolinea
il gesto delle mani giunte di Cristo e il suo fervido
sguardo verso l'alto, dove appare un angelo. Gli uccelli
nelle corone degli alberi, i tre apostoli che dormono
tranquilli (ricordati solo da Matteo e Marco) e i colori
chiari danno alla scena un tono quasi lirico-spirituale.
Diversamente accade nell'immagine del maestro di Trebon
(1380 ca.). La composizione si sviluppa sulle due diagonali
parallele di luce e tenebra. Gli apostoli addormentati
contrastano con Giuda e gli sgherri. Cristo è curvo,
ha il volto insanguinato, i suoi abiti creano un chiaroscuro
luminoso fra il mondo delle tenebre e la luce. In primo
piano c'è il calice, simbolo della sofferenza; sopra
di lui c'è un angioletto con un aspetto e una postura
curiosi. Gli arbusti marroni, l'erba secca e gli uccellini
appena visibili sono in contrasto drammatico con il cielo
rossastro punteggiato di stelle che non brillano. E' la
rappresentazione letterale del brano di Luca (22, 43-44):
"Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In
preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il
suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano
a terra". "Le tavole dell'altare di Trebon ricevono
espressività dall'unità di tutte le
componenti, spirituali e figurative; con esse culmina
l'intero sviluppo dell'arte ceca di allora, che non è
più stato superato" (I. Kesner).
Il contrario è rappresentato dal
tradimento di
Giuda. Il motivo è antico, e nell'arte bizantina
costituisce spesso, con la Crocifissione, l'unica scena
della Passione (cfr. S. Apollinare Nuovo). Il gotico ha
percepito più profondamente e sensibilmente
l'antitesi della generosità di Cristo e, di contro,
della malvagità del traditore (cfr. gli affreschi di
Giotto a Padova). Il volto di Cristo è presentato
frontalmente, quello di Giuda di profilo; il pittore unisce
al bacio la mano che porterà a termine il tradimento
con la cattura.
La
flagellazione nella pittura cristiana primitiva
non viene raffigurata. Dal XII secolo viene descritto in
maniera sempre più terribile il dolore fisico di
Cristo (cfr. Cimabue). L'epoca gotica ha ricavato dalla
scena un'immagine di venerazione autonoma:
Cristo alla
colonna, con uno o due carnefici presenti.
Il desiderio di raffigurare fedelmente i tormenti di Cristo
tramite concretizzazione (che in maniera scorretta viene
definita realismo o naturalismo), ha permesso di descrivere
con toni spaventosi l'
incoronazione di spine e
Cristo deriso. Originariamente Cristo porta la corona
di spine come una corona d'alloro o regale, altrove la
riceve lungo la via crucis. Nell'epoca gotica Cristo
è assiso su un "trono", con mantello e canna in mano,
e ha la corona conficcata nel capo. La scena si sdoppia:
prima del tradimento e durante la flagellazione, ordinata da
Pilato. L'incoronazione e la derisione di Cristo diventano
subito immagini proposte alla riflessione, un po' come la
scena dell'
Ecce homo (tema presente dall'XI sec. ma
ancora nel XV Cristo compare come re!). Nella maggior parte
dei casi è il Figlio di Dio ormai umiliato, con una
veste cinta ai fianchi e le mani legate, condotto da Pilato.
Dal XIV sec. la meditazione sulla sofferenza di Cristo
è ampliata da un'altra scena commovente:
Cristo
sofferente (dal XIV sec. solo nella scultura): Cristo
nel dolore reclina il capo o ripone le mani legate sul
grembo, in attesa della croce.
Dalle fonti mistiche che ho già citato iniziò
a formarsi la
Via crucis. Originariamente era
composta da sette stazioni: Cristo che porta la croce, le
tre cadute, l'incontro con Maria e con la Veronica, la
deposizione nel sepolcro (curiosamente mancava Simone di
Cirene che è presente in tutti i sinottici, ed
è raffigurato già in Santa Sabina a Roma).
Solo dal XVII sec. le stazioni vengono raddoppiate. I
cavalieri e le dame sono sostituiti ora da mercanti e
borghesi, i loro volti sono meno nobili e assenti, meno
rappresentativi, ma più simpatetici (maestro di Vyssi
Brod).
Difficilmente si può riassumere qui il grande tema
della
Crocifissione. Scomparvero il sole e la luna,
la sinagoga e la chiesa delle Crocifissioni caroline, ma
aumentò la partecipazione di popolo e angeli (cfr.
Cimabue, Arezzo, fine XIII sec.). Si tratta di santi, re,
fondatori, ma anche degni rappresentanti di nemici. La croce
è eretta sopra un drago, sul teschio di Adamo, alle
volte Adamo ed Eva sorgono dalla tomba, un cherubino viene
dal cielo con carboni ardenti (secondo Ez 1,4-23; 10,1-22).
Realtà e simbolo si compenetrano, le scene già
presenti nel Codice di Rabula si uniscono a nuove, la
grandezza, il momento e la vita quotidiana formano
un'unità; tutto è contenuto nella possente
storia della salvezza. Il forte contrasto fra devozione e
carità da un lato e rudezza dall'altro, e fra
preghiera e derisione, invitano alla scelta, alla
partecipazione viva, alla compassione profonda. La grandezza
del mistero è ricordata dall'abbreviazione posta
sopra le diagonali (Calvario della cattedrale di
Halberstadt, 1220; esempio tardivo, nella chiesa di s.
Hastal a Praga di F.M. Brokoff del 1713). La crocifissione
in sé è un tema presente dal IX sec.
Innumerevoli croci gotiche esprimono in varie
modalità e momenti l'inconsulto gesto umano che
però è stato vinto da Cristo e dal suo
sacrificio infinito. E' la scultura soprattutto ad aver
espresso il gesto culminante della sofferenza di Cristo.
Muove alla partecipazione, al dolore e alla penitenza. Il
trionfo della croce non è dunque nella vittoria
gloriosa, ma nella conversione dell'uomo. Attorno al 1300
sorge un tipo autonomo di Crocifisso (Germania, Italia)
dipinto su tavola, il "crocifisso solitario" su fondo scuro.
La pittura raffigurò una fine silenziosa, ma con la
sua forza esprimeva la signoria di Gesù sulla vita e
sulla morte (B. Angelico, Fiesole, 1430). Gli avvenimenti
successivi alla morte del Redentore &endash; la deposizione,
il compianto, la deposizione nel sepolcro &endash; sono
ormai definiti esclusivamente dalla devozione e dalla
partecipazione dello spettatore. Oltre all'ardore del
sentimento non portano nulla di fondamentalmente nuovo. La
discesa agli inferi, influenzata dal teatro religioso, venne
raffigurata come la lotta drammatica di Cristo contro i
demoni, i dannati e l'intero inferno. L'accento non è
solo sulla questione soteriologica, su coloro che sono
salvati, ma anche cristologica e demonologica: i redenti
cioè devono rendersi ben conto a quale prezzo sono
stati salvati. Il gotico portò altri tre motivi in
cui si esprimeva la sofferenza di Cristo: l'Uomo dei dolori,
Cristo alla colonna, l'Agnello vittorioso; a questi occorre
aggiungere la pietà, con la Madonna e il Figlio morto
(
).

La
Resurrezione di Cristo nell'arte paleocristiana era
espressa tramite simboli: per esempio, la croce con il
monogramma di Cristo e una corona di alloro (sarcofaghi del
IV-V sec.). L'arte bizantina conosce solo la discesa di
Cristo agli inferi. La pittura gotica raffigura Cristo che
sovrasta vittoriosamente il sepolcro aperta e le guardie
spaventate; il Risorto è raffigurato con il corpo e
specialmente gli occhi splendenti, come sull'altare di
Isenheim (Grünewald). Interessante è anche la
Resurrezione del maestro di Trebon (
a
sinistra): Cristo, mansueto e benedicente, si erge sulla
lastra di pietra che chiude la tomba. Suggella
spiritualmente tramite la sua umanità trasfigurata
ciò che i legacci umani non hanno potuto trattenere.
La pittura tardiva raffigura la vittoria di Cristo
circondata da un paesaggio ameno, pieno di luce e di gioia
(G. Bellini, Pala d'altare, Berlino, 1475). Tuttavia questo
avvenimento culminante della vita di Cristo non ha trovato
altrettanta ampia raffigurazione come la sua sofferenza;
è un mistero troppo grande per poterlo raffigurare
con la pittura. E' comprensibile che l'apparizione del
Risorto offra altro materiale: l'apparizione alle donne,
alla Maddalena, agli apostoli, a Pietro lungo il lago di
Genezaret, a Maria. L'apparizione alla donne presso il
sepolcro è un tema paleocristiano; nella versione
bizantina sono due, in quella occidentale tre. Altrettanto
antica è l'apparizione a Maria Maddalena: Cristo in
abiti bianchi, con lo stendardo della vittoria. Nel gotico
si diffonde la scena del "Noli me tangere", dove Cristo
appare come giardiniere; Giotto unisce la tomba vuota, le
guardie addormentate, l'angelo e la Maddalena in un'unica
scena.
Nell'arte paleocristiana Cristo appare a due o tre apostoli
(porte di S. Sabina). Successivamente si rivela su un monte,
altre volte siede con gli apostoli di nuovo nel cenacolo, ma
ha le stigmate. Ai discepoli di Emmaus appare o lungo la
strada, o durante la cena, che inizia a trasformarsi in
scena di genere. Anche il paesaggio e la presenza umana sono
irradiati dall'amore di Cristo. L'apparizione a Pietro
avviene o al sepolcro, o nella grotta del "Gallicantus",
dove era fuggito per la vergogna. La scena sul lago di
Genezareth ha tre varianti: durante la pesca (la più
frequente), poi mentre cenano con il cibo preparato dallo
stesso Cristo, e infine il "passaggio delle chiavi" a
Pietro. L'apparizione alla Vergine Maria è presente
solo più tardi, l'esempio più antico è
nel nostro
Passionale di Cunegonda (1320).