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Il
breve articolo del prof. Jaroslav Sebek, del Dipartimento di
storia dell'Accademia delle scienze ceca, intende rispondere
sommariamente alla domanda su quale fosse la posizione della
Chiesa cattolica all'atto della nascita della repubblica
cecoslovacca e del relativo crollo dell'impero asburgico
nell'ottobre 1918. Non fu un gran bell'inizio. Pochi giorni
dopo la dichiarazione di indipendenza, il 3 novembre veniva
demolita la colonna mariana sulla piazza della Città
Vecchia a Praga, dov'era stata posta nel 1650-52 in ricordo
della vittoria sui protestanti svedesi. Furono oggetto di
atti vandalici anche le statue di san Giovanni Nepomuceno,
uno dei "simboli" della ricattolicizzazione del XVII secolo,
e solo l'intervento delle autorità - che avevano
più o meno involontariamente dato avvio all'ondata
anticattolica - evitò che fossero divelte e gettate
nella Moldava altre statue barocche della capitale.
Normalmente - ricorda il professor Sebek - si dà la
colpa di tutto questo accusando la politica di unione
trono-altare durante l'epoca asburgica; tuttavia secondo
l'accademico l'atteggiamento ostile nei confronti della
Chiesa si era già creato nelle terre boeme nel XIX
secolo, specialmente fra gli intellettuali, i pedagoghi e
negli ambiti della borghesia cittadina. Il nuovo Stato del
1918 offrì spazio alle tradizioni religiose legate
all'hussitismo e alla Riforma (come la creazione della
Chiesa dei Fratelli Boemi). Anche influenti
personalità del mondo politico (in cui sempre
più decisamente guadagnavano terreno
socialdemocratici poi passati al comunismo bolscevico)
ebbero un atteggiamento ostile nei confronti della Chiesa
cattolica, compreso il presidente Masaryk; perciò fu
facile far passare leggi che limitavano la presenza
cattolica nella vita civile (limitazioni all'insegnamento
religioso nelle scuole, divorzio facile), pur senza
risolvere la questione della separazione della Chiesa dallo
Stato. La Chiesa cattolica si trovò inoltre divisa al
suo interno perché nel gennaio 1920 una nutrita
comunità di "innovatori" (chiedevano l'introduzione
del ceco nella liturgia, la riabilitazione di Hus e
l'abolizione del celibato) si inventò la "Chiesa
cecoslovacca", cui si riconobbero quasi mezzo milione di
cattolici (nel 1921 i cattolici nel nuovo Stato erano
1.338.000) e circa 300 sacerdoti. Primo "patriarca" fu Karel
Farsky. La Chiesa cattolica ebbe però modo di
"purificarsi" internamente lasciando in secondo piano
l'aspetto celebrativo e concentrandosi sul rinnovamento
spirituale; sorsero così delle comunità
religiose vive che riuscirono a influire sulle nuove
generazioni di credenti.
Altri eventi principali
dei rapporti Stato-Chiesa fino allo scoppio della Seconda
guerra mondiale:
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