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30 anni di Charta 77 - Conferenza internazionale a Praga, 21-23 marzo 2007

Il Museo nazionale in cima a piazza S. Venceslao ospita in questi giorni l'inaugurazione del congresso internazionale sui 30 anni di Charta 77. Prima dei discorsi ufficiali, nell'atrio si prepara il concerto dei Plastic People, rock-band oggi ormai anzianotta, ma che nella seconda metà degli anni '70 era il gruppo underground più famoso, quello che rappresentò la pietra d'inciampo su cui cominciò a vacillare il regime comunista di Husak. Li avevano arrestati: "Era un attacco del sistema totalitario contro la vita stessa, contro la stessa libertà e integrità dell'uomo - ha scritto Havel. - Io sentivo che in quei giorni era nato qualcosa che bisognava fissare, che non poteva sfumare e dileguarsi, ma che doveva trasformarsi in un'azione più durevole che, per così dire, ci portasse sulla solida terra". Così nel dicembre 1976, dopo una serie di incontri fra l'intelligencija praghese alternativa al regime, fu preparata la "charta libertatum", dichiarazione programmatica di Charta 77, "comunità libera informale ed aperta di uomini di diverse convinzioni, diverse religioni e diverse professioni, legati dalla volontà di operare individualmente e insieme per il rispetto dei diritti umani nel nostro paese e nel mondo… Charta 77 si fonda sulla solidarietà ed amicizia di uomini che condividono la preoccupazione per la sorte degli ideali ai quali hanno legato la loro vita e il loro lavoro… Charta 77 non è la base per una attività politica di opposizione". Si trattava - ha ricordato Havel nel suo intervento - di prendere in parola le autorità cecoslovacche che avevano firmato gli accordi di Helsinki e dire: qui c'è scritto così, e noi vogliamo che tutto questo sia garantito, lo chiediamo in maniera pacifica, semplicemente e senza sentirci i salvatori della patria. Così la mattina del 6 gennaio 1977 nel quartiere di Dejvice era accaduto un fatto inaudito: in piena stagnazione totalitaria, come in un film un'auto della polizia aveva inseguito una Saab con a bordo Havel, l'attore P. Landovsky e lo scrittore L. Vaculík che intendevano spedire alle autorità il documento n. 1. Uno di loro era riuscito a scendere e - dettaglio ancor più surreale - a imbucare una quarantina di lettere poco prima che venissero tutti acciuffati dagli agenti.
La sala del pantheon nel Museo ha raccolto un centinaio di persone, vecchi e giovani, ex-firmatari, noti e meno noti. E' bello vedere abbracci e strette di mano tra vecchi compagni di avventure spesso paradossali. C'è l'altissimo ex ministro degli esteri olandese van der Stoel, il primo che inaugurò i contatti tra i chartisti e la diplomazia occidentale, rischiando di alterare i delicati equilibri della guerra fredda: in visita ufficiale a Praga, volle incontrare il filosofo Jan Patocka (con Havel e J. Hajek uno dei primi tre portavoce della Charta), la "mente" che colmò di contenuto e idealità quell'iniziativa civile: "Oggi la gente sa nuovamente che esistono cose per cui val la pena soffrire, e che le cose per cui si può soffrire sono quelle per cui val la pena vivere", aveva scritto il discepolo di Husserl poco prima di morire, nel marzo '77, dopo un estenuante interrogatorio della polizia.
Nel pantheon prendono la parola altri ex dissidenti centroeuropei, e il fil rouge che collega i loro interventi ci pare quello riassunto dalla russa Alekseeva: "Charta 77 fu la prima testimonianza che il movimento per i diritti umani era diventato un fenomeno internazionale. Eravamo lontani ma avevamo un unico scopo: la libertà".
Il congresso continua nei giorni successivi alla facoltà di filosofia, davanti alla piazza che un tempo era intitolata all'Armata Rossa e ora a Jan Palach, il cui viso è raffigurato su una lapide all'esterno del piccolo edificio. All'ingresso è allestita la seconda parte della mostra su Charta 77 (la prima è al Museo), curata dal giovane storico P. Blazek: ci sono le firme e le foto di tutti i primi 242 firmatari, documenti della polizia e del Partito da cui emerge la reazione isterica delle autorità, i primi documenti della Charta, le foto del funerale di Patocka disturbato dalla polizia. C'è un certo via vai di studenti ma in pochi si fermano davanti ai pannelli. Alla cattedra siedono alcuni nomi storici del dissenso, come l'ex comunista Kohout, lo storico Precan, l'incorreggibile trockista Uhl col basco e la sciarpa rossa, ma fra il pubblico si riconoscono altre personalità dell'epoca: spunta il pizzetto bianco del vice-presidente del senato, Pithart; da Bratislava è giunto l'"avvocato dei dissidenti", Carnogursky, poi c'è la sociologa Siklova, una donnina arzilla che come altri non firmò di proposito la Charta per potersi occupare del lavoro organizzativo e divulgativo "dietro le quinte". Raccontano fatti noti e meno noti della storia del dissenso, le misure repressive del regime, si accavallano ricordi personali e qualche vecchia ruggine ancora attuale. E' mancato però un intervento "programmatico" in grado di sintetizzare quell'esperienza di opposizione civile e di "polis parallela" durata dal '77 all'89, e di rilanciarne chiaramente il lascito ideale. Lo stesso Havel ha concluso il suo breve intervento invitando a non dare tregua ai regimi totalitari contemporanei e a sostenerne il dissenso (ha in mente Cuba, il Tibet, la vicina Bielorussia), e ha messo in guardia dalla minaccia del nazionalismo in Europa. Ci si aspettava forse qualcosa di più graffiante sui rischi della "democrazia totalitaria", secondo gli spunti presenti in tanti suoi interventi passati. La nostra domanda su cosa gli organizzatori hanno pensato per sensibilizzare l'ambito scolastico, ha fatto emergere il problema del "deficit educativo". E' una questione che riguarda anche noi "occidentali", come ricordava un giornalista olandese. Chissà se le scolaresche italiane in gita nella città dalle mille torri, e relativi insegnanti, hanno mai sentito parlare del sacrificio di Palach, se mai si son fermati per un attimo davanti alla sua foto sotto la statua equestre di Venceslao, se hanno visitato il museo del comunismo allestito vicino al Casinò, sulla centralissima Na Prikope, o il nuovo monumento alle vittime del totalitarismo vicino agli alberi in fiore della collina del Petrin, sferzati impietosamente da questa coda d'inverno…

 

Vaclav Havel: Appunti dall'intervento all'inaugurazione della Conferenza, Museo nazionale, 21.3.07.

Charta 77 ha si è imbattuta e ancor oggi si imbatte in due obiezioni: la prima è che ci siamo sempre richiamati alla Costituzione, alle leggi e ai patti internazionali, pur sapendo tuttavia che avevamo a che fare con un regime basato sulla forza e sulla violenza, che non adempiva alle migliaia di impegni sottoscritti, e invece noi volevamo aprire un dialogo. È stata un'obiezione strisciante allora e tale è rimasta oggi. Io vorrei ribadire che quel principio di prenderli in parola non fu solo una sorta di tattica - del resto più semplice di un'opposizione armata! -, ma era qualcosa di più profondo, fu la riabilitazione della parola e una sorta di riabilitazione dello spirito, e sono quelle cose di cui tanto ha scritto Patocka, prenderli in parola significa muoversi attraverso tutti i meccanismi del potere in un modo difficilmente comprensibile per il potere ma altrettanto distruttivo, significa arrivare all'anima dell'uomo, rivolgersi ad essa…
E qui si collega la seconda obiezione, secondo la quale noi abbiamo giocato con la coscienza della nazione e della società. Noi non abbiamo mai fatto questo e nemmeno abbiamo mai rimproverato a nessuno di non aver firmato, anzi in alcuni casi abbiamo persuaso qualcuno a non farlo, mai ci siamo spacciati per gente migliore degli altri, al contrario abbiamo avuto una grande comprensione per coloro che venivano manipolati dal potere, altro tema questo fondamentale in Charta 77… Una delle caratteristiche della Charta fu proprio la sua apertura, la sua assenza di ideologizzazione…
Era possibile trovare un politico di sinistra o di destra, giovani che non si immischiavano di politica o di ideologie ma che volevano solo comportarsi liberamente e liberamente vivere, e questo sì in quel periodo è stato qualcosa di rivoluzionario.
… Vorrei fare anche un'osservazione sull'aiuto prestatoci o meno dal mondo democratico occidentale: questo appoggio non fu scontata, perché molti politici occidentali ritenevano che fossimo proprio noi a incrinare l'equilibrio pacifico dei due sistemi, dei due blocchi e che allacciare contatti con questa "opposizione" avrebbe significato minacciare i rapporti fra i due sistemi.
Il sistema sovietico era in grado di occuparsi di qualunque tipo di opposizione strutturata all'interno del proprio stato, ma quello che spaventava enormemente il potere era proprio il collegamento tra i movimenti dei vari paesi, perciò i contatti che avevamo erano così strettamente sorvegliati: divide et impera.
Questa esperienza ci provoca e ci invita ad essere sensibili verso tutti coloro che vivono oggi sotto i regimi autoritari o totalitari, e ce n'è ancora nel mondo.