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Il Museo nazionale in cima a piazza S. Venceslao ospita in
questi giorni l'inaugurazione del congresso internazionale
sui 30 anni di Charta 77. Prima dei discorsi ufficiali,
nell'atrio si prepara il concerto dei Plastic People,
rock-band oggi ormai anzianotta, ma che nella seconda
metà degli anni '70 era il gruppo underground
più famoso, quello che rappresentò la pietra
d'inciampo su cui cominciò a vacillare il regime
comunista di Husak. Li avevano arrestati: "Era un attacco
del sistema totalitario contro la vita stessa, contro la
stessa libertà e integrità dell'uomo - ha
scritto Havel. - Io sentivo che in quei giorni era nato
qualcosa che bisognava fissare, che non poteva sfumare e
dileguarsi, ma che doveva trasformarsi in un'azione
più durevole che, per così dire, ci portasse
sulla solida terra". Così nel dicembre 1976, dopo una
serie di incontri fra l'intelligencija praghese alternativa
al regime, fu preparata la "charta libertatum",
dichiarazione programmatica di Charta 77, "comunità
libera informale ed aperta di uomini di diverse convinzioni,
diverse religioni e diverse professioni, legati dalla
volontà di operare individualmente e insieme per il
rispetto dei diritti umani nel nostro paese e nel
mondo
Charta 77 si fonda sulla solidarietà ed
amicizia di uomini che condividono la preoccupazione per la
sorte degli ideali ai quali hanno legato la loro vita e il
loro lavoro
Charta 77 non è la base per una
attività politica di opposizione". Si trattava - ha
ricordato Havel nel suo intervento - di prendere in parola
le autorità cecoslovacche che avevano firmato gli
accordi di Helsinki e dire: qui c'è scritto
così, e noi vogliamo che tutto questo sia garantito,
lo chiediamo in maniera pacifica, semplicemente e senza
sentirci i salvatori della patria. Così la mattina
del 6 gennaio 1977 nel quartiere di Dejvice era accaduto un
fatto inaudito: in piena stagnazione totalitaria, come in un
film un'auto della polizia aveva inseguito una Saab con a
bordo Havel, l'attore P. Landovsky e lo scrittore L.
Vaculík che intendevano spedire alle autorità
il documento n. 1. Uno di loro era riuscito a scendere e -
dettaglio ancor più surreale - a imbucare una
quarantina di lettere poco prima che venissero tutti
acciuffati dagli agenti.
La sala del pantheon nel Museo ha raccolto un centinaio di persone, vecchi e giovani, ex-firmatari, noti e meno noti. E' bello vedere abbracci e strette di mano tra vecchi compagni di avventure spesso paradossali. C'è l'altissimo ex ministro degli esteri olandese van der Stoel, il primo che inaugurò i contatti tra i chartisti e la diplomazia occidentale, rischiando di alterare i delicati equilibri della guerra fredda: in visita ufficiale a Praga, volle incontrare il filosofo Jan Patocka (con Havel e J. Hajek uno dei primi tre portavoce della Charta), la "mente" che colmò di contenuto e idealità quell'iniziativa civile: "Oggi la gente sa nuovamente che esistono cose per cui val la pena soffrire, e che le cose per cui si può soffrire sono quelle per cui val la pena vivere", aveva scritto il discepolo di Husserl poco prima di morire, nel marzo '77, dopo un estenuante interrogatorio della polizia. Nel pantheon prendono la parola altri ex dissidenti centroeuropei, e il fil rouge che collega i loro interventi ci pare quello riassunto dalla russa Alekseeva: "Charta 77 fu la prima testimonianza che il movimento per i diritti umani era diventato un fenomeno internazionale. Eravamo lontani ma avevamo un unico scopo: la libertà". Il congresso continua nei giorni successivi alla facoltà di filosofia, davanti alla piazza che un tempo era intitolata all'Armata Rossa e ora a Jan Palach, il cui viso è raffigurato su una lapide all'esterno del piccolo edificio. All'ingresso è allestita la seconda parte della mostra su Charta 77 (la prima è al Museo), curata dal giovane storico P. Blazek: ci sono le firme e le foto di tutti i primi 242 firmatari, documenti della polizia e del Partito da cui emerge la reazione isterica delle autorità, i primi documenti della Charta, le foto del funerale di Patocka disturbato dalla polizia. C'è un certo via vai di studenti ma in pochi si fermano davanti ai pannelli. Alla cattedra siedono alcuni nomi storici del dissenso, come l'ex comunista Kohout, lo storico Precan, l'incorreggibile trockista Uhl col basco e la sciarpa rossa, ma fra il pubblico si riconoscono altre personalità dell'epoca: spunta il pizzetto bianco del vice-presidente del senato, Pithart; da Bratislava è giunto l'"avvocato dei dissidenti", Carnogursky, poi c'è la sociologa Siklova, una donnina arzilla che come altri non firmò di proposito la Charta per potersi occupare del lavoro organizzativo e divulgativo "dietro le quinte". Raccontano fatti noti e meno noti della storia del dissenso, le misure repressive del regime, si accavallano ricordi personali e qualche vecchia ruggine ancora attuale. E' mancato però un intervento "programmatico" in grado di sintetizzare quell'esperienza di opposizione civile e di "polis parallela" durata dal '77 all'89, e di rilanciarne chiaramente il lascito ideale. Lo stesso Havel ha concluso il suo breve intervento invitando a non dare tregua ai regimi totalitari contemporanei e a sostenerne il dissenso (ha in mente Cuba, il Tibet, la vicina Bielorussia), e ha messo in guardia dalla minaccia del nazionalismo in Europa. Ci si aspettava forse qualcosa di più graffiante sui rischi della "democrazia totalitaria", secondo gli spunti presenti in tanti suoi interventi passati. La nostra domanda su cosa gli organizzatori hanno pensato per sensibilizzare l'ambito scolastico, ha fatto emergere il problema del "deficit educativo". E' una questione che riguarda anche noi "occidentali", come ricordava un giornalista olandese. Chissà se le scolaresche italiane in gita nella città dalle mille torri, e relativi insegnanti, hanno mai sentito parlare del sacrificio di Palach, se mai si son fermati per un attimo davanti alla sua foto sotto la statua equestre di Venceslao, se hanno visitato il museo del comunismo allestito vicino al Casinò, sulla centralissima Na Prikope, o il nuovo monumento alle vittime del totalitarismo vicino agli alberi in fiore della collina del Petrin, sferzati impietosamente da questa coda d'inverno
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