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L'articolo
ricostruisce lo sfortunato tentativo di fuga in Occidente
dei due giovanissimi amici slovacchi Karol G. (15 anni) e
Milan Plecho (17 anni, a destra nella foto
UPN),
messo in atto il 1° dicembre 1963 e finito tragicamente
alla frontiera slovacco-austriaca di Bratislava-Petrzalka
sotto i colpi dei fucili delle guardie di frontiera.
Milan era di estrazione operaia, residente a Bratislava-Prievoz, era rimasto orfano di madre a 5 anni. Quando il padre si risposò, per Milan la situazione familiare divenne insostenibile, vessato dal padre nonostante fosse sempre stato abituato a sbrigare le faccende domestiche, scappò ripetutamente di casa. Successivamente finì in vari istituti finché nel 1961 rientrò in famiglia. Dopo la scuola dell'obbligo iniziò l'apprendistato per imparare la professione di fabbro, ma la situazione a casa non migliorò. Allora decise di trovarsi un lavoro e andare a vivere da solo. Si trasferì nei pressi di Plzen, dove fece amicizia con alcuni colleghi di lavoro. Qualcuno accennò alla possibilità di fuggire in Occidente. Per Milan non rimase solo un'idea, e decise che il 30 novembre 1963 con gli amici cechi si sarebbero dati appuntamento nel quartiere di Petrzalka a Bratislava dove avrebbero tentato assieme la fuga e, in caso non si fossero incontrati, ognuno sarebbe fuggito da solo per ritrovarsi poi alla stazione centrale di Vienna il 2 dicembre. Milan attese invano. Era con il suo amico Karol che era al corrente del piano di fuga. Dopo aver cercato invano di procurarsi una barca a motore, decisero che avrebbero sfondato il confine con un furgone. Ne individuarono uno il giorno dopo, e decisero di impossessarsene verso sera per poi lanciarsi subito verso il confine con l'Austria. Già il furto d'auto sarebbe stato un crimine punito severamente, "furto di proprietà socialista" e suo utilizzo illegale, come si leggerà nel capo d'accusa del 16 gennaio 1964. Il furgone lo guidava Milan. Dopo aver superato senza fermarsi il primo posto di controllo, ci furono dei colpi d'arma da fuoco. Karol ricordò che i colpi raggiunsero il furgone ancor prima di arrivare all'area doganale, furono colpiti prima o immediatamente mentre superavano gli ultimi pali di sicurezza. Milan fu colpito e perse il controllo del veicolo che uscì di strada e finì nel fossato vicino alla linea di demarcazione. Karol riuscì in qualche modo ad uscire ma finì a terra e si accorge di essere ferito. Nella sua deposizione ricorderà l'abbaiare dei cani e l'arrivo di una decina di guardie di frontiera che non si avvicinarono al furgone temendo che Milan fosse armato. Presero Karol e lo condussero alla dogana. L'inchiesta si svolse secondo il consueto stile dell'epoca: la criminalizzazione degli imputati e l'occultamento della vicenda (nessuna perizia balistica, nessuna menzione del fatto che alcuni colpi finirono in territorio austriaco, come già era accaduto prima e come sarebbe accaduto gli anni a venire). Il capitano Stefan Ladvenica, che condusse l'inchiesta, si recò l'8 gennaio 1964 in ospedale a interrogare Plecho, gravemente ferito, dalle 8.45 alle 11.15, e "a causa del suo stato di salute, l'accusato non fu in grado di firmare di proprio pugno il protocollo con le risposte". Lo stesso giorno il primario di chirurgia dr. Slabecius mise a verbale che le gravi ferite alla gabbia toracica e al bacino avrebbero reso il diciassettenne permanentemente invalido e non autosufficiente. Nel caso di Karol, quando Ladvenica seppe che sarebbe stato rilasciato dall'ospedale, chiese il suo trasferimento in carcere, ma la richiesta fu respinta dal procuratore Winter in quanto l'indiziato era minorenne ed era incensurato. Alla fine Karol fu condannato il 26 marzo 1964 dal tribunale di Bratislava a 14 mesi di carcere e a un periodo di prova di 3 anni con espulsione dalla scuola. Milan, nonostante il primario avesse fatto il possibile, e avesse permesso alla sorella Anna di assisterlo indipendentemente dagli orari di visita, morì il 4 febbraio 1964 in ospedale. ![]() Il furgone con cui tentarono la fuga (foto UPN)
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