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Terminato
nell'ottobre 1978, a 10 anni dalla Primavera, Il potere
dei senza potere era stato pensato da Havel come
introduzione a un'antologia di 40 interventi di attivisti
polacchi e cecoslovacchi, realizzata poi a metà. Ne
è uscito un testo che costituisce una vera pietra
miliare del dissenso centroeuropeo, un'analisi profonda e
precisa del sistema post-totalitario di tipo sovietico, in
grado di individuare una via d'uscita dall'appiattimento
ideologico proprio perché non si basa su un'ideologia
alternativa o su idee sviluppate a tavolino, ma rilancia,
sia per l'Est che per l'Ovest, il tema della libertà
e della responsabilità del singolo (tematiche sempre
ricorrenti nella produzione haveliana). Il sistema in cui il
cittadino centroeuropeo e, in questo caso, cecoslovacco si
trova a vivere a diec'anni dal '68 è un sistema
dittatoriale che Havel definisce post-totalitario e
che sopravvive nell'immobilismo politico. Si tratta di una
dittatura sui generis: estesa geograficamente
a tutto il blocco sovietico, stabilmente fondata sui
movimenti socialisti che gli danno una giustificazione
storica e sull'ideologia che offre al cittadino
"l'abdicazione alla propria ragione, alla propria coscienza
e alla propria responsabilità".
Questo era stato lo sviluppo del sistema seguìto alla Primavera; al confronto, il regime comunista degli anni '60 era un regime post-totalitario "più aperto: la struttura del potere, stanca delle esperienze del dispotismo stalinista e confusamente alla ricerca di una revisione indolore, semplicemente non era in grado di tener testa in modo intelligente al clima che stava cambiando". La Primavera di Praga - commenta Havel - è stata interpretata "come lo scontro fra due gruppi sul piano del potere reale: quelli che volevano conservare il sistema così com'era e quelli che lo volevano riformare. Così facendo si dimentica, però, che questo scontro era solo l'ultimo atto, la proiezione esteriore di un lungo dramma condotto soprattutto e originariamente nell'ambito dello spirito e della coscienza della società. E si dimentica che all'inizio di questo dramma ci furono da qualche parte degli individui che anche nei momenti più duri riuscirono a vivere nella verità... Una cosa sembra comunque chiara: il tentativo di una riforma politica non fu la causa del risveglio della società, ma il suo esito ultimo". Il sistema post-totalitario in questi casi di "risveglio della società" reagisce o con la repressione (come nei periodi precedenti e successivi al '68) o con l'adattamento, cercando di assorbire e incanalare la spinta dal basso: "I politici riformisti che allora tentarono una riforma del sistema non arrivarono con un loro programma, e quello che furono non lo furono perché lo decisero improvvisamente ma perché ve li portò la lunga e crescente pressione di un ambito che con la politica in senso stretto non aveva niente a che fare: in senso proprio, essi tentarono di risolvere politicamente dei conflitti sociali che da anni i più disparati strati sociali vivevano quotidianamente e su cui sempre più apertamente riflettevano e che da anni nei modi più diversi scienziati e artisti cercavano di definire e di cui gli studenti chiedevano la soluzione". "Si trattò allora semplicemente dell'esito della spinta dei tentativi più disparati di un pensiero più libero, di una creazione e di una riflessione politica indipendenti; di un inserimento "spontaneo", poco chiassoso e a tempi lunghi della "vita indipendente della società" nelle strutture esistenti; si trattò quindi di un processo di graduale "risveglio della società". Gli impulsi a questo risveglio non dovettero quindi venire espressamente dalla "vita indipendente della società" come spazio sociale definito. La loro origine deve essere ricercata nel confronto, che gli uomini operavano, tra le strutture ufficiali che rispecchiavano più o meno l'ideologia ufficiale e la realtà quale era veramente... L'intero movimento sociale, il cui culmine fu il 1968, non arrivò che alla riforma, alla differenziazione o al ricambio di strutture solo subalterne dal punto di vista del potere reale, e non toccò il nocciolo della struttura di potere del sistema post-totalitario, cioè il suo modello politico in quanto tale, i principi fondamentali dell'ordinamento sociale globale e neppure il modello economico plasmato su di essi Strutturalmente niente di sostanziale cambiò, neppure nella sfera degli strumenti diretti del potere (l'esercito, la pubblica sicurezza, la giustizia). A questo livello non si registrò niente più che un cambiamento di atmosfera, di persone, di linea politica e soprattutto un cambiamento nella prassi del potere". Il "consolidamento" filosovietico succeduto al '68 reintroduce il sistema post-totalitario nella sua versione solida e impersonale. Si tratta di un sistema che garantisce un certo benessere economico al punto che "nella nostra società prende il sopravvento la stessa gerarchia dei valori di vita che caratterizza i paesi avanzati dell'Occidente, se non si tratta addirittura de facto solo di una forma diversa di società consumistica". L'ideologia fornisce al cittadino, vittima e sostegno del sistema stesso, l'illusione di essere "in sintonia con l'ordine umano e con l'ordine dell'universo", "copre l'abisso fra intenzioni del sistema e intenzioni della vita è una specie di mondo dell''apparenza' che viene spacciato per realtà" ("Dubcek non riuscì ad essere all'altezza della situazione perché nelle situazioni-limite e nei 'problemi ultimi' non riuscì mai a liberarsi del tutto del mondo dell''apparenza'"), perciò "la vita è percorsa da una rete di ipocrisie e di menzogne": "l'uomo non è obbligato a credere, ma deve almeno sopportarle in silenzio: non deve accettare la menzogna, basta che abbia accettato la vita con essa e in essa". Ma, osserva acutamente Havel, l'uomo può essere alienato da sé solo perché ha in sé il che cosa alienare, e "sotto la superficie tranquilla della 'vita nella menzogna' dorme la sfera segreta delle reali intenzioni della vita, della sua 'segreta apertura' alla verità. L'uomo de-moralizzato dall'ideologia-alibi ha in sé le potenzialità per ridestare la propria responsabilità: "Uno può rifiutarsi di fare ma può anche cominciare a fare qualcosa di concreto: è l'inizio dell''indipendente vita spirituale, sociale e politica della società'". Chi "rompe le regole del gioco" rappresenta una minaccia per il sistema, perciò nel sistema post-totalitario la "vita nella verità" non ha solo una dimensione esistenziale. E' l'avventura di coloro che furono protagonisti dell'avventura del "dissenso": "Un uomo non diventa dissidente perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene espulso dalle strutture esistenti e messo in confronto con esse". Il punto di partenza è quello "di realizzare e sostenere la 'vita indipendente della società' come espressione articolata della 'vita nella verità', quindi l'aspirazione di servire alla verità con coerenza e decisione". Il passo successivo è il riconoscersi in una comunanza di interessi e di ricerca: "In una situazione in cui a coloro che hanno deciso per la 'vita nella verità' è impedita qualunque incidenza diretta sulle strutture sociali necessariamente questa vita 'altra', indipendente, deve cominciare a strutturarsi in un certo modo": è l'idea - mediata dal filosofo e attivista cattolico Vaclav Benda - di polis parallela: "I centri della 'vita indipendente' nell'oceano della vita manipolata galleggiano come una barchetta sbattuta sì dai flutti, ma sempre riaffiorante dalle onde come messaggero visibile della 'vita nella verità'". L'uomo normalizzato ritorna ad essere protagonista quando ritrova se stesso: "Un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile oggi non può partire dall'affermarsi di questa o di quella brutta copia di un progetto politico tradizionale e in definitiva solo esteriore (inerente cioè alle strutture, al sistema), ma dovrà partire dall'uomo, dall'esistenza dell'uomo, dalla sostanziale ricostituzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con se stesso, con gli altri uomini, con l'universo Si tratta di qualcosa che può avvenire solo come espressione di una vita che cambia". E conclude profeticamente: "Non è detto affatto, quindi, che l'introduzione di un sistema migliore garantisca automaticamente una vita migliore". Lungi dall'essere un progetto squisitamente "politico" che sfocerebbe nell'utopia del dissenso "politico", la polis parallela ha senso come atto di "approfondimento della responsabilità verso il tutto e per il tutto"; Havel fa questo paragone: "Che fra i giovani occidentali la fuga nel monastero indiano così spesso non funzioni, come punto di partenza individuale o di gruppo, dipende solamente dal fatto che a un tale punto di partenza manca l'elemento dell'universalità (non tutti gli uomini possono rifugiarsi in un monastero indiano). Un esempio del punto di partenza opposto è il cristianesimo: è un punto di partenza per me qui e ora ma solo perché è un punto di partenza per chiunque, dovunque e in qualunque momento". Havel, descrive i principi a cui si ispira l'azione di queste strutture parallele: "Il punto di partenza dell'azione di questi movimenti è l'azione sulla società (e non direttamente e subito sulla struttura del potere in quanto tale). Le iniziative indipendenti interpellano la 'sfera segreta', additano la 'vita nella verità' come alternativa umana e sociale e le procurano uno spazio; facilitano il ridestarsi dell'autocoscienza civile Non svolgono il ruolo messianico di una qualche élite o 'avanguardia' sociale che sola sa e meglio di tutti come stanno le cose e il cui compito è di 'sensibilizzare' le masse 'incoscienti' ; non vogliono guidare nessuno, lasciano a ciascuno di ispirarsi oppure no alle loro esperienze e al loro lavoro" (1). Havel parla di "strutture non come organi o istituzioni, ma come comunità Migliori dell'insieme statico di organizzazioni formalizzate sono le organizzazioni che si formano ad hoc, accese dal fuoco di un obiettivo concreto Queste strutture dovrebbero naturalmente nascere dal basso, come esito di una autentica 'auto-organizzazione' sociale; dovrebbero vivere in un dialogo vivo con i bisogni reali da cui sono nate e scomparire con la scomparsa di quelli". E' l'idea - diremmo oggi - di "sussidiarietà" (sia pur concepita qui nei limiti di un regime post-totalitario), che il drammaturgo riprenderà anche negli anni della sua presidenza. Dunque l'ipotesi di via d'uscita dal post-totalitarismo va oltre le spinte spontanee del risveglio sociale del '68: "La prospettiva della 'rivoluzione esistenziale' è soprattutto prospettiva di una ricostituzione morale della società, [di] una nuova esperienza dell'essere; un rinnovato ancoraggio nell'universo; una riassunzione della 'responsabilità suprema'; il ritrovato rapporto interiore con l'altro e con la comunità umana - ecco la direzione". Una prospettiva che alla fine del testo diventa monito per l'Occidente: "L'uomo là gode certamente di libertà e sicurezze personali a noi ignote, ma alla fin fine questa libertà e queste sicurezze non gli servono a nulla: egli è solo una vittima dell''autocinesi', incapace di mantenere la propria identità e di difendere la sua interiorità, di superare l'angustia della preoccupazione per la propria sopravvivenza e di diventare un fiero e responsabile membro della 'polis' che partecipa realmente alla creazione del suo destino". NOTE: |