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Havel e il rinnovato impegno per i diritti umani
Intervento di A. Bonaguro alla presentazione del libro di V. Havel "Un uomo al Castello" a Roma (2.4.08)

Il 17 febbraio 2004, a un anno dal termine del mandato presidenziale, incontrando i giornalisti, Václav Havel confessava, con il suo solito humour: "Pensavo che sarei stato finalmente libero da impegni, che avrei potuto scegliere liberamente di fare quel che volevo, di poter leggere quei libri che ho dovuto mettere da parte negli ultimi anni, scrivere, viaggiare, curarmi, vivere insomma da pensionato. Mi sono sbagliato di grosso, è andato tutto diversamente" (1). Anche nel libro che stiamo presentando quest'oggi, alla domanda se un uomo di Stato come lui possa andarsene tranquillamente in pensione, Havel ha risposto: "Mi sono fatto coinvolgere ben volentieri in tante questioni internazionali, che semplicemente devo accollarmi certi compiti anche non volendo. Devo pur lottare contro i regimi totalitari o le dittature a Cuba, in Bielorussia, in Birmania o nella Corea del Nord" (2).
Nel novembre 2006, da New York, Havel motivava il proprio impegno per i diritti umani con queste parole: "Sento come mio dovere innato, anche ora che ho abbandonato il mio ruolo politico, di impegnarmi per i diritti umani, le libertà civili e la dignità civile a livello internazionale". Intervenire in prima persona per i diritti umani, contro ogni tipo di dittatura e discriminazione, è per Havel una sorta di vocazione: dal famoso intervento al Congresso degli scrittori del giugno 1967, in cui coraggiosamente si mise a citare Solzenicyn, ai discorsi presidenziali fino alle sollecitazioni di questi giorni sulle repressioni in Tibet. È, insomma, ancora l'antica "vocazione" del dissidente, magistralmente riassunta in questo passo de Il potere dei senza potere, opera che rappresenta una pietra miliare della storia del dissenso centroeuropeo: "Un uomo non diventa dissidente perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perchè la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene espulso dalle strutture esistenti e messo in confronto con esse. (…) Il primo dato certo è che l'aspirazione di partenza [dei dissidenti], la più importante, che stabilisce a priori la sfera dei tentativi, è semplicemente quella di realizzare e sostenere la 'vita indipendente della società' come espressione articolata della 'vita nella verità', quindi l'aspirazione di servire alla verità con coerenza e decisione"(3). Notiamo qui per inciso come la figura di un uomo "espulso dalle strutture esistenti", che non può fare a meno di prestare ascolto alla voce della propria coscienza si ritrova anche nelle opere teatrali di Havel: basti pensare al tremebondo Leopold di Largo desolato o al taciturno Vanek dell'omonimo "ciclo" di tre atti unici.
Nel giugno 2005, inaugurando a Praga l'iniziativa "Bielorussia civica" a sostegno del dissenso bielorusso, Havel richiamava a se stesso e ai presenti l'importanza dell'impegno civile, anche dopo l'epoca dei "blocchi" contrapposti Est-Ovest con queste parole: "Ogni tanto ci si chiede se oggi la lotta per i diritti umani abbia ancora significato, se non si tratti solo di un relitto del passato sopravvissuto alla fine della divisione bipolare del mondo, del blocco sovietico e del comunismo, e se per caso non abbiamo altri problemi di cui preoccuparci. Non è così. È sempre necessario occuparsi dei diritti umani (…). Sul nostro pianeta infatti ci sono Stati con regimi dittatoriali o autoritari di varia natura, ed è soprattutto in questi casi che è necessario intervenire per il rispetto dei diritti umani e civili, e appoggiare tutti coloro che si sforzano di fare altrettanto in quei paesi". Il 16 marzo 1998, in occasione del 50° della Dichiarazione universale dei diritti umani, Havel fece questa osservazione scomoda: "Non dobbiamo permettere che il tema dei diritti umani sia relegato in seconda o terza fila come se fosse una questione inopportuna o politicamente priva di prospettive. Le violazioni massicce dei diritti umani, fra i quali sicuramente va annoverato anche il diritto alla vita, sono spesso giustificate da interessi statali o nazionali e diventano purtroppo una realtà quotidiana che nell'ultimo decennio possiamo osservare in diretta. Il genocidio in Ruanda, le violenze in Cecenia, in Bosnia, l'insostenibile situazione in Tibet, in Corea del Nord, in Birmania, a Cuba, nel Kosovo, sono solo alcuni punti caldi dell'elenco che dobbiamo sempre tener presente". Durante il summit dell'Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza europea, nel novembre 1999, aveva invece sottolineato pubblicamente l'importanza della "voce di molte organizzazioni non governative che in tutta Europa registrano le violazioni dei diritti umani", stigmatizzando l'intervento militare russo in Cecenia e la durezza del regime bielorusso.
Nel luglio 2002, ad Avignone, nel messaggio inviato in occasione della serata a lui dedicata, Havel aveva ricordato pubblicamente i nomi di suoi "colleghi che per le loro opinioni sono in carcere" come era successo a lui vent'anni fa: lo scrittore cinese Wu Shishen condannato all'ergastolo per aver passato a una radio straniera un documento del partito che di lì a poco sarebbe stato pubblicato ufficialmente, Win Tin, collaboratore del premio Nobel per la pace signora Aung San Suu Kyi, in carcere in Birmania, e altri due dissidenti bielorussi.
Nel marzo di due anni fa, Havel e altre figure di primo piano della politica ceca hanno sottoscritto un appello contro le repressioni messe in atto dal governo bielorusso. I firmatari chiedevano le dimissioni del presidente Lukas˙enka, nell'auspicio che "tutti i bielorussi superino la paura e rivendichino i propri diritti fondamentali per una vita libera in uno Stato di diritto e in un paese amministrato democraticamente, dove il governo non debba nascondersi dietro la polizia, i lacrimogeni e le granate assordanti". La notizia dell'appello era accompagnata sulla stampa ceca da una fotografia che ritraeva Havel davanti all'ambasciata bielorussa a Praga, mentre attendeva invano di essere ricevuto. Un'immagine, questa, che richiamava alla memoria un altro grande personaggio del dissenso, quell'Andrej Sacharov che passava ore intere davanti alle corti di "giustizia" sovietiche chiedendo invano di poter assistere ai processi contro i dissidenti. Nel ricordato discorso inaugurale per l'iniziativa "Bielorussia civica", Havel aggiunse: "Preoccuparsi per la situazione in Bielorussia significa non solo appoggiare i diritti umani e civili in un paese dove non sono sufficientemente rispettati, ma anche appoggiare un'eventuale ventata d'aria nuova in tutto il paese. Noi, che abbiamo vissuto il comunismo e che abbiamo tentato di affrontarlo, di mostrarne la vera natura, dovremmo sapere meglio di altri come sia importante la solidarietà internazionale, e dovremmo essere fra i primi a proclamarla, come nel caso di Cuba, della Corea del Nord, della Cina o &endash; oggi &endash; della Bielorussia, che ci è stata prossima nei decenni scorsi con il suo destino e che ci è vicina anche geograficamente". Nell'ottobre scorso, alla conferenza del "Forum 2000", istituzione voluta da Havel per discutere temi della civiltà e del mondo contemporaneo, l'ex presidente ha lanciato una petizione a favore del popolo birmano e del rilascio della signora Aung San Suu Kyi.
Anche la situazione a Cuba è seguita con attenzione dall'ex presidente. Nell'aprile di un anno fa, all'inaugurazione del Comitato internazionale per la democrazia a Cuba, incontro tenutosi a Berlino, Havel ricordò il filosofo Jan Patocka, portavoce di Charta 77 e morto in conseguenza degli interrogatori della polizia. In quell'occasione Havel riprese l'idea di fondo che aveva mosso l'insigne filosofo a partecipare alla dissidenza, sottolineando la sua "dimensione morale, di principio, si potrebbe dire metafisica". "Se poi tutto finisce bene &endash; aveva aggiunto Havel &endash; e il dissidente diventa presidente, tanto meglio, ma non si può sempre sperare che finisca così. E, al contrario, non si deve svalutare l'importanza dei tentativi che non portano a un lieto fine: tutto ciò che si fa per la libertà dell'uomo ha significato".
Recentemente, il 12 marzo scorso, la stampa italiana(4) ha pubblicato l'appello di Havel, sottoscritto da uomini di cultura e politici del Parlamento europeo, in favore dei diritti umani a Cuba. Vi si legge: "Uno dei paesi che non è cambiato è Cuba, nonostante la decisione di Fidel Castro di ritirarsi e di passare le redini del potere al fratello Raul (…). Il regime cubano è rimasto al potere, con lo stesso mezzo usato dai governi comunisti dell'ex Jugoslavia, della Polonia, dell'ex Cecoslovacchia, dell'Ungheria, della Bulgaria e della Romania (…): creando un clima di paura con la propaganda, la censura e la biolenza. E analogamente, al verificarsi dei cambiamenti contribuì la solidarietà espressa dall'estero". Ma è soprattutto il Tibet, salito drammaticamente alla ribalta della cronaca di queste settimane, a spingere nuovamente Havel all'iniziativa. Anche in questo caso, egli è più preoccupato per il destino del popolo tibetano che per le strategie geopolitiche o i compromessi economico-commerciali. Già nel suo primo discorso di Capodanno, nel 1990, Havel auspicava di potersi incontrare ufficialmente con il Dalai Lama, che sarebbe stato ospitato più volte nella residenza presidenziale di Lány: "Proprio a Lány &endash; ricorda Havel nel testo che presentiamo &endash; abbiamo fatto la prima meditazione comune dodici anni fa (5). Sempre nel 1990, a Bratislava, in occasione dell'incontro con i rappresentanti di Polonia e Ungheria, Havel ritornava sul problema dei diritti umani in Cina: "Il popolo cinese anela alla libertà e noi, che stiamo uscendo da un'esperienza di oppressione, siamo ben consapevoli di cosa significhi questo desiderio (…). Mi verrebbe da chiedere a me stesso e a voi se dalle nostre terre non si debba alzare la voce per sostenere il programma del Dalai Lama tibetano, così ragionevole e moderato. (…) Se abbiamo il diritto di rivendicare la nostra peculiarità nazionale, perché non dovremmo auspicarla per tutti? E se abbiamo il diritto di parlare del bene, forse che non ci interessa il male presente in altri luoghi, tanto più se si tratta di un male simile a quello che abbiamo conosciuto di persona?". Oggi, a molti anni di distanza, Havel era ancora presente &endash; il 19 marzo scorso &endash; davanti all'ambasciata cinese a Praga dove si è svolta una manifestazione pacifica di alcune centinaia di persone che chiedevano la ripresa delle trattative tra Cina e governo tibetano in esilio, e chiedevano agli sportivi cechi di boicottare le prossime olimpiadi. Accolto dagli applausi dei presenti, fra i quali anche diverse altre personalità pubbliche, l'ex presidente ha dichiarato: "Sono lieto ci siano tante persone, specialmente giovani, alle quali non è indifferente la drammatica situazione in Tibet". E risale a pochi giorni fa, il 21 marzo scorso, l'appello in favore del Tibet indirizzato alla comunità internazionale, intitolato icasticamente "La pace del cimitero", e firmato oltre che da Havel anche da André Glucksman e Karel Schwarzenberg. Vi si legge: "La reazione delle autorità cinesi alle proteste in Tibet richiama alla memoria le pratiche totalitarie che molti di noi ricordano dall'epoca precedente la caduta del comunismo in Europa centrale e orientale: censura sui media interni, allontanamento dei giornalisti stranieri e condanna della 'cricca cospirativa del Dalai Lama' e di altre non meglio identificate forze oscure manipolate da potenze straniere. (…) Le autorità cinesi cercano di assicurare il mondo che in Tibet stanno ritornando la pace, la tranquillità e l''armonia'. Conosciamo bene questo tipo di pace dalle lezioni del passato in Birmania, Cuba, Bielorussia e altri paesi: è la cosiddetta pace del cimitero". Il documento non si limita alla condanna delle violenze, bensì formula alcune richieste esplicite al governo di Pechino: permettere ai media e alle missioni internazionali di recarsi in Tibet a fare chiarezza su quanto realmente è accaduto; rilasciare tutti coloro che hanno esercitato pacificamente i propri diritti umani e garantire che nessun altro sia sottoporto a tortura o a processo sommario; infine, aprire un dialogo costruttivo con i rappresentanti del popolo tibetano. Havel e gli altri firmatari invitano il Comitato olimpico internazionale, nel caso in cui queste condizioni non venissero accolte, a riconsiderare seriamente se "sia una buona idea quella di svolgere i giochi olimpici estivi in un cimitero". È necessaria ancor oggi &endash; aveva dichiarato in precedenza Havel &endash; la solidarietà internazionale verso il Tibet: "Ricordo bene come per il nostro dissenso fosse stata di grande incoraggiamento la solidarietà internazionale, che spesso ci evitò punizioni severe. Dovremmo tenere ben in considerazione la forza di questa solidarietà anche per le prossime olimpiadi".
Nel discorso per il conferimento della laurea ad honorem a Bangkok, nel febbraio 1994, Havel aveva detto: "L'umanità, ossia ciascun individuo, dovrebbe rendersi sempre più conto di non avere solamente responsabilità naturali, quelle verso la propria famiglia, la comunità, la società o la cultura, verso la propria azienda o verso lo stato. Ciascun uomo infatti è anche responsabile per il mondo intero, e sullo sfondo di questa responsabilità ultima si riflettono tutte le altre responsabilità più immanenti ma pur sempre parziali". Oggi, nella nostra epoca di relativismo etico, è l'alto richiamo che ci offre questo "drammaturgo, dissidente, carcerato, presidente, pensionato, fenomeno pubblico ed eremita, presunto eroe e fifone segreto", che tanto si è speso e continua a spendersi per la dignità umana.

NOTE:
1) V. Havel, Setkání s novinár˙i, 17 febbraio 2004.
2) V. Havel, Un uomo al Castello, p. 285.
3) V. Havel, Il potere dei senza potere, Bologna 1979, pp. 56, 61.
4) V. Havel, Un uomo al Castello, p. 200.