|
www.charta77.org
/ ARTICOLI |
|
|---|---|
|
L'Istituto
polacco per la memoria nazionale (IPN) ha aperto in questi
giorni un sito
dedicato al "marzo polacco" del 1968 con immagini e
documenti d'archivio: si tratta di un progetto che si
inserisce nel ricco panorama di iniziative previste dall'IPN
per ricordare i fatti di allora. Nel 1967 la Polonia
comunista si trovava in una fase di stallo e recessione: il
filosovietico "Wieslaw" Gomulka governava col pugno di ferro
e stava ancora saldamente al potere nonostante una fronda di
oppositori capeggiata dal ministro degli interni. La
tensione sfociata nel marzo '68 in alcune settimane di
manifestazioni e scioperi fu innescata dalla sospensione, a
gennaio, delle rappresentazioni de Gli avi di Adam
Mickiewicz (1798-1855), una commedia con tinte antizariste
che le autorità comuniste temevano potessero
trasformarsi in antisovietiche. Seguì l'indignazione
dell'intelligencija mentre alcuni studenti andarono a
depositare una corona di fiori al monumento a Mickiewicz.
Due leader studenteschi, Henryk Szlajfer e Adam Michnik,
furono espulsi dall'università in conseguenza del
gesto. Si trattava dei capi dei cosiddetti commandos, uno
dei gruppi informali che si erano costituiti in quegli anni
all'università di Varsavia e così chiamati
perché durante assemblee e riunioni intervenivano
sollevando problematiche considerate tabù. Tra i
commandos prevaleva l'utopia del "socialismo dal volto
umano": l'aria della "primavera" cecoslovacca contribuiva ad
aumentare l'insofferenza della giovane generazione. V'erano
anche posizioni improntate a una visione etica, come quella
di Jacek Kuron, storico e ispiratore dei commandos: "Nel
momento in cui l'azione politica si ferma perché non
può essere efficace, ci si sente responsabili della
verità. Eravamo convinti che fosse necessario dare
una testimonianza, ciascuno personalmente".
Sabato 8 marzo gli studenti di Varsavia manifestarono all'interno dell'università per difendere "le tradizioni democratiche e l'indipendenza della Polonia" e chiesero di reintegrare Michnik e Szlajfer. Ottenuta la promessa da parte dei docenti di indire un dibattito in aula magna per il lunedì successivo, gli studenti sciolsero l'assemblea, ma alle uscite furono assaliti da numerosi "attivisti operai" a cui si unirono poliziotti armati di sfollagente che picchiarono sodo, fermarono molti giovani e non esitarono a fare irruzione con i lacrimogeni nella chiesa di S. Croce dove si erano rifugiati alcuni studenti. La brutalità dell'aggressione moltiplicò le manifestazioni di protesta solidale che si diffusero a macchia d'olio coinvolgendo fino alla fine di marzo gli altri atenei del paese. Il marzo polacco non fu solo un moto di protesta studentesco, ma coinvolse un po' tutta la prima generazione cresciuta sotto il comunismo. Per la prima volta i giovani denunciavano le menzogne su cui si basava il regime, manifestavano contro un'ideologia, tanto invocata in Occidente come modello di liberazione, che li aveva privati della libertà, del proprio passato e della cultura nazionale. Nelle manifestazioni ebbero un ruolo determinante anche i giovani operai, mentre numerosi cittadini organizzarono gesti di solidarietà, raccolte di fondi e viveri. La propaganda di regime montò una campagna mediatica contro gli studenti: "Dietro la maschera della difesa della cultura e della libertà opera il nemico e la controrivoluzione" (Gomulka). Con il pretesto di un "complotto sionista", che avrebbe sostenuto il movimento studentesco, le autorità giustificarono anche la vergognosa campagna antisemita ordinata in tutto il blocco orientale da Mosca dopo l'escalation della crisi tra Israele e Paesi arabi. La Chiesa cattolica, guidata dal cardinal Wyszynski, dopo aver invitato i giovani alla prudenza e a non farsi strumentalizzare da giochi politici, protestò più volte contro le repressioni, sottolineando che le iniziative studentesche si collocavano "sullo sfondo sociale e culturale" e non erano "moti politici" come accadeva all'estero. Con toni estremamente duri, i vescovi ricordavano allo Stato comunista che "lo sfollagente non è un argomento valido per una società libera" e facevano proprie le richieste dei giovani. Quel marzo, non avendo avuto uno sviluppo omogeneo, a differenza di altre "stagioni" polacche, fu una gemma che ebbe vita breve. Migliaia di studenti furono espulsi dalle università, altri vennero destinati a un lungo periodo di leva. Vi furono epurazioni nel corpo docente e subentrarono i "professori di marzo", quelli con la tessera del partito in tasca. Oltre al discredito internazionale per le repressioni e la campagna antisemita, la Polonia di Gomulka avrebbe partecipato di lì a poco, con 30.000 soldati e 750 tank, all'invasione militare della Cecoslovacchia. |