All'inizio degli anni '60 attorno al drammaturgo iniziarono a radunarsi giovani artisti controcorrente, che andavano a fargli visita nell'appartamento all'ultimo piano del palazzo sul lungofiume B. Engels. La StB iniziò a occuparsene direttamente, studiando la disposizione dei locali e raccogliendo informazioni sui vicini. Per sorvegliare meglio Havel, la StB decise di posizionare un microfono infilandolo dal solaio sopra il suo appartamento, dove i coinquilini andavano a stendere i panni. La cimice era collegata a una centralina posizionata sempre nel solaio e camuffata da attrezzatura della protezione civile. L'operazione "Tomis III" si svolse nel febbraio 1966, ma in seguito fu aggiunto un secondo microfono e, dopo un mese, si dovette procedere a un terzo sopralluogo perchè uno dei due microfoni funzionava male. Le cimici funzionano fino al marzo 1968, quando l'StB decise di toglierle, temendo che Havel, grazie al cambiamento dei tempi, ne potesse venire a conoscenza. Lasciarono però la centralina: Havel - definito nella scheda del '66 "uno fra i giovani scrittori contemporanei di talento" - era pur sempre un "soggetto a rischio"... Complessivamente furono 7.500 le ore di registrazione archiviate, per appurare alla fine che "il soggetto conduce attività ostile rivolta contro la politica culturale del Partito", come si legge in un rapporto del marzo 1968. Fra le "attività ostili" scoperte c'erano gli incontri tra Havel e lo scrittore Jan Benes o i suoi contatti con Pavel Tigrid, direttore della rivista "Svedectvi" tanto invisa al regime e pubblicata all'estero.
Nel gennaio 1969, con l'avvio della normalizzazione ma prima della svolta filosovietica definitiva, Havel fu avvertito dell'esistenza di un'altra cimice nel soffitto di casa. Per sbarazzarsene senza rischiare di tradire la fonte - probabilmente un poliziotto "pentito" - egli finse di trovare la cimice casualmente mentre stava cambiando il lampadario in presenza di un paio di amici: al primo colpo di trapano ecco spuntare il microfono collegato al solaio. Havel chiamò la polizia, e il centralinista ignaro gli consigliò di fermare la fine del cavo alla scala in modo che nessuno la potesse estrarre, ma nel frattempo si mosse anche la StB: "Poco dopo, verso le 16.53 - si legge nel protocollo presentato da Havel nel gennaio 1969 alla polizia - dal buco nel soffitto si è sentito un rumore e qualcuno sopra di noi cercava di tirare il filo strattonando". Havel e il fratello Ivan, corsi sul solaio, trovarono solo involucri vuoti, il gomitolo di filo e un paio di forbici: il poliziotto se n'era andato dal tetto. "Era una situazione imbarazzante per loro, non gli era mai successa una cosa simile", ha detto Havel raccontando la scena a Mlada Fronta.
Havel volle farsi "propaganda" raccontando l'episodio alla stampa e inviando una serie di lettere di protesta a politici e uffici vari, riuscendo a scomodare persino l'Unione scrittori e alcuni deputati. Le autorità di polizia finsero di seguire il caso (impronte digitali, convocazione dei coinquilini), anche se il ministero degli interni sapeva benissimo di essere l'unico responsabile dell'incidente. La spiegazione ufficiale fu che sì, lo scrittore era stato sottoposto ad intercettazioni, ma era tutto in regola, era successo a causa dei suoi contatti con Tigrid.
In ogni caso sia lo scrittore sia i suoi amici sapevano benissimo da sempre di avere mille orecchie attorno a sè.