Scheda e aggiornamenti sul caso Sokol (varie fonti - 2007)

La scheda riguarda le accuse di collaborazione a carico dell'arcivescovo di Bratislava-Trnava, Ján Sokol (1933, nella foto - © TSKBS). Nel 1963 era già stato aperto a suo carico un cosiddetto "fascicolo di segnalazione", una prassi comune contro i sacerdoti, che sarebbe stato chiuso nel '74. Il 5 settembre 1972 Sokol viene registrato come "candidato alla collaborazione" col nome "Spiritual" (nr. 13007), e tale resta fino all'89, un vero record se si pensa che alla StB bastavano un paio di anni per testare la capacità del candidato, mentre Sokol diventa "agente" solo nell'89, poco prima della nomina ad arcivescovo: il 24 luglio viene trasferito e reimmatricolato (n. 40221) col nome "Svatopluk"; infine il fascicolo viene distrutto il 7 dicembre '89. Il caso era emerso nel 2005, quando l'Istituto per la memoria nazionale (IMN) aveva trovato negli elenchi della StB una notizia riguardante Sokol, scritta dal funzionario D. Kemeny il quale parlava del religioso come di un collaboratore volontario e affidabile. La nota, datata 30 giugno 1981, riguardava il sacerdote Julius M. Prachar, allora cappellano a Malacky: Sokol suggerì alla StB di trasferire Prachar, scomodo per le autorità, in una parrocchia più grande "in modo che abbia molto più lavoro" e meno tempo da dedicare ad attività invise al regime. Sokol ha sempre respinto le accuse e ha denunciato "il tentativo di danneggiare la fiducia nella Chiesa, che negli anni del totalitarismo ha dimostrato a prezzo di grandi sacrifici di stare dalla parte della verità". Alla fine del 2006 in una lunga intervista televisiva Sokol ha avuto un'uscita infelice difendendo la "prosperità" dello Stato slovacco filonazista guidato da mons. Tiso, e questo assieme al caso Wielgus ha contribuito a mantenere alta l'attenzione dei media nei suoi confronti. Alla tv lo storico M. Lehky (IMN) ha dichiarato che benché il fascicolo Sokol sia stato distrutto, "la sua iscrizione come agente è un fatto che non si può negare". Dall'arcivescovado sono stati presentati materiali che scagionerebbero l'arcivescovo, fra i quali il suo appoggio alla manifestazione non autorizzata dei fedeli del marzo '88 (che finì con la brutale repressione da parte della polizia), la testimonianza del vescovo Korec che operò a lungo nella Chiesa clandestina, e dell'"avvocato dei dissidenti" Jan Carnogursky. Quest'ultimo in un'intervista alla tv , rivangando un episodio del passato, ha ricordato come Sokol avrebbe potuto far cadere in trappola facilmente gli attivisti cattolici con cui era in contatto mentre ciò non è mai accaduto, e ha messo in guardia dal tirare le somme troppo in fretta: io come avvocato - ha detto in sostanza - sapevo difendermi durante gli astuti interrogatori della polizia, ma i religiosi non erano preparati a ricatti e pressioni esercitati ad arte dagli agenti.
Dagli archivi del ministero degli interni ceco a metà febbraio sono emersi nuovi documenti dell'87 e '88, in cui Sokol avrebbe trasmesso informazioni su colloqui avuti in Vaticano. Nel rapporto del maggiore Rudolf Mizera (dicembre 1988) si parla dell'incontro tra Sokol "e l'ex professore dell'istituto salesiano vaticano Stefan Silhar e l'incaricato della Congregazione de propaganda fide [Jozef] Zlatnansky"; in quella circostanza Sokol "ha chiesto quale sia la posizione del Vaticano in merito alla Chiesa illegale [clandestina], e in concreto sul vescovo Korec. Gli è stato risposto che Korec è un vescovo riconosciuto dal Vaticano, che tuttavia non ha alcuna giurisdizione, ossia è sottoposto al vescovo locale, in questo caso allo stesso Sokol. In Vaticano non distinguono tra Chiesa legale e Chiesa clandestina… L'unica cosa che Korec può fare è consacrare i sacerdoti. Sokol tramite Silhar si è incontrato con il suo ex cappellano Milan Bubak che a settembre era emigrato in Italia… Bubak si è scusato per aver abbandonato la parrocchia, ma ha detto che da sempre voleva diventare missionario e già in Cecoslovacchia era entrato illegalmente nei verbiti7, dove l'ha accolto Jozef Skoda, religioso a riposo… Misure: Tramite agenzia avviare i contatti tra Sokol e il "vescovo" Korec per monitorarne le opinioni e il comportamento e volgerle a nostro favore, con la premessa che Sokol dopo i colloqui in Vaticano gli renderà noto di essere suo superiore". Sokol ha minimizzato la portata di queste informazioni, ma resta da capire se sia stato effettivamente lui a trasmetterle, e gli effetti inattesi che potevano avere ai livelli statali superiori, impegnati nella lotta antireligiosa e desiderosi di muoversi vantaggiosamente a livello diplomatico col Vaticano, nemico di sempre.
L'attesa dichiarazione dei vescovi slovacchi (13 febbraio) si è conclusa con un laconico comunicato in cui si afferma che sui documenti "si può esprimere con cognizione di causa solo l'arcivescovo Sokol", e si rimandava di nuovo al documento ufficiale del 2005. In esso i vescovi, riconoscendo "che alcuni religiosi hanno collaborato e sono stati a servizio della StB… non intendiamo prendere le loro difese". La posizione di fondo è analoga a quella ceca: se i presunti collaboratori hanno agito sotto pressione o per debolezza, sono da deplorare, mentre bisogna aver compassione di loro se si sono trovati avvinghiati nella rete della StB perché lasciati soli. Molti non hanno sopportato questa pressione - si legge nel documento - e altri credevano che collaborando avrebbero difeso la Chiesa, ma la maggioranza assoluta dei sacerdoti è rimasta fedele, e i primi a finire alla gogna dovrebbero essere i funzionari comunisti.
Negli ultimi giorni dagli ex-archivi federali degli Interni, conservati a Praga, sono emersi altri documenti, dell'89, in cui la "fonte Spiritual" (identificata dagli storici dell'IMN unicamente con Sokol) condannava la manifestazione repressa a Praga a gennaio in occasione dei 20 anni dalla morte di Palach: "L'azione solitaria di Palach è contro tutti gli insegnamenti e i princìpi del cattolicesimo", affermava "Spiritual", che criticava anche il messaggio di sostegno ai manifestanti inviato dal cardinal Tomasek. Sarebbero emersi anche rapporti del 1987 su 7 incontri tra Sokol e l'allora funzionario dei servizi S. Monsberger, che avrebbe pagato la fonte per alcune informazioni ottenute. Il 27 febbraio mons. Sokol ha diffuso una seconda presa di posizione sull'intera faccenda, ribadendo che "non ho mai collaborato consapevolmente con la StB e nemmeno le ho passato consapevolmente informazioni che potevano danneggiare la Chiesa o qualsiasi cittadino. I funzionari dell'StB mi hanno costretto ad incontrarmi con loro. Durante questi incontri, per me umilianti, mi sono sforzato di salvaguardare gli interessi della Chiesa e deviare l'attenzione della StB su faccende insignificanti" (! - il punto esclamativo è nostro: complimenti, da quanto appreso finora non La facevamo così furbo!). Sokol prosegue dicendosi "consapevole di aver la coscienza pulita riguardo alla mia fedeltà incondizionata alla Chiesa, alla mia lealtà verso il Santo Padre e i confratelli sacerdoti anche nei duri tempi della persecuzione comunista". Intanto si attendono per questa settimana altre informazioni dagli archivi dell'IMN.
Allo stesso tempo la conferenza episcopale ha deciso di istituire il Consiglio per l'interpretazione della storia ecclesiastica, con compiti che sono annunciati "più ampi rispetto ai casi delle commissioni polacca o ceca".

Le versioni di Sokol ricordano molto da vicino il caso polacco Wielgus:
- 12 gennaio 2007: "Voglio ripetere e qui dichiaro con retta coscienza che non ho mai collaborato in nessun modo con la Sicurezza di Stato (StB) cecoslovacca".
-21 febbraio: "Sulla base della tipologia di informazioni contenute nei documenti della StB pubblicati, è chiaro che sono stati prodotti da un'altra persona o da altre persone e non da me".
- 27 febbraio: "Non ho mai collaborato consapevolmente con la StB e nemmeno le ho passato consapevolmente informazioni che potevano danneggiare la Chiesa o qualsiasi cittadino. I funzionari dell'StB mi hanno costretto ad incontrarmi con loro. Durante questi incontri, per me umilianti, mi sono sforzato di salvaguardare gli interessi della Chiesa e deviare l'attenzione della StB su faccende insignificanti".

Gli appartamenti di servizio.
Patrik Dubovsky dell'IMN di Bratislava ha spiegato alla tv che i nuovi documenti si possono suddividere in 3 gruppi: il primo contiene due fascicoli relativi a due appartamenti di servizio usati per attività con i collaboratori, ossia l'appartamento "Zora" e l'appartamento "Otex" (quest'ultimo intestato a un fantomatico Martin St'astny, si trova in via Malinovska - attuale Sancova - al nr. 12. - nella prima foto, nel cerchio, l'area in cui dovrebbe essere situato il nr. 12 della via, piuttosto in centro a Bratislava). Poi vi sono i documenti della divisione che si occupavano della Chiesa, con i registri dell'uso delle risorse finanziarie per le attività con i collaboratori segreti.
Nell'appartamento "Otex" i servizi avrebbero incontrato Sokol dal gennaio all'ottobre 1989, ossia anche dopo la nomina ad arcivescovo (luglio '89). Dall'allora funzionario della StB S. Monsberger, il prelato avrebbe ricevuto denaro dal novembre 1984 al giugno 1988; nel giugno dell'88 avrebbe ricevuto anche la somma - pari a uno stipendio mensile medio all'epoca - di 3000 corone, probabilmente un "regalo" particolare in vista della sua nomina episcopale del 12 giugno. Oltre ai soldi, Sokol avrebbe ricevuto ricompense in regali. L'appartamento "Zora", situato sempre a Bratislava in via Budovatel'ska al nr. 13 (foto in basso), sarebbe stato usato per incontrare Sokol dal 7 aprile 1979 al 14 gennaio 1986, e vi sono le spese per i pasti consumati. Per l'utilizzo di questi appartamenti era necessario conoscere e osservare una determinata procedura per evitare di comprometterne la segretezza.

Ricompense in corone (denaro o oggetti di valore equivalente) che Sokol avrebbe ricevuto dai servizi:
novembre 1984: 350 kcs
giugno 1985: 185 kcs
ottobre 1985: 280 kcs
ottobre 1986: 420 kcs
dicembre 1987: 1000 kcs
giugno 1988: 3000 kcs

In uno speciale della tv TA3, lo storico Jan Pesek spezzava una lancia in favore di Sokol: in relazione alla visita papale in Slovacchia, Pesek ha risposto che Sokol potrebbe aver preferito tenersi il segreto a fin di bene: "formalmente resto un agente ma farò di tutto per non danneggiare la Chiesa sapendo bene che quel che faccio resterà un segreto".

Nuova dichiarazione dei vescovi, mentre Sokol scrive al Papa
Il 7 marzo la Conferenza episcopale si dice consapevole che "vivere la purificazione secondo la verità e nella verità" è garanzia per una vita dignitosa del singolo e dell'intera società. I vescovi ricordano che durante l'epoca comunista Sokol "disponeva di molte informazioni importanti e sensibili la cui rivelazione avrebbe minacciato seriamente l'esistenza della Chiesa clandestina," ma che tuttavia nessuna di queste informazioni sarebbe (usiamo il condizionale come l'abbiamo sempre usato per le informazioni "contro" l'arcivescovo) stata usata da Sokol contro di essa. Sokol ha scritto anche una lettera a Benedetto XVI in cui lamenta gli attacchi mediatici personali, e ribadisce di non aver mai danneggiato la Chiesa col suo comportamento, conferma di esserle stato sempre fedele e che tale intende rimanere. I vescovi slovacchi hanno concluso la dichiarazione affermando che "non c'è motivo pere non credere a mons. Sokol".
 

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