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Alle
17.55 del 16 gennaio 1969 l'agenzia stampa cecoslovacca CTK
batteva la seguente notizia: "La polizia della capitale
comunica che oggi verso le 15 si è gravemente
ustionato in piazza San Venceslao J. P., studente ventunenne
della facoltà di giurisprudenza. Dopo essersi
cosparso di combustibile, si è dato fuoco agli abiti
provocandosi gravi ustioni. Un addetto ai trasporti è
riuscito a spegnere le fiamme che avevano avvolto lo
studente, che è stato ricoverato all'ospedale
".
Muore tre giorni dopo. I funerali si trasformano in un
silenzioso gesto di protesta spontanea popolare. Negli anni
successivi la sua tomba diventa meta di manifestazioni
silenziose contro il regime comunista. Preoccupate per
questi episodi ripetuti, le autorità decidono (1973)
di traslare i resti di Palach a Vsetaty (30 km dalla
capitale), suo luogo di nascita. Dall'ottobre '90 le sue
ceneri riposano nel cimitero di Olsany, a Praga.
Di lui ha detto il teologo Zverina durante la commemorazione
del 1990: "La tragica morte di Jan Palach fu un gesto di
sacrificio volontario, libero. Solo un moralista insensibile
potrebbe parlare di suicidio. Non fu un sui-cidio, ma
un sacrificio di sé. Non si tolse la vita per
non vivere più, ma perché vivessero gli altri.
(
) Il sacrificio del '69 fu l'inizio. Vent'anni dopo
sono maturati altri sacrifici, dai quali è nata la
nostra libertà, nel momento in cui si è
manifestata la verità e l'amore. Il sangue innocente,
la sofferenza dei senza potere hanno portato alla vittoria".
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Piazza San
Venceslao. Sul luogo dove si diede fuoco Palach
(foto totalita).
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Praga, 18
gennaio 1969, chiesa di San Salvatore: i
concelebranti al requiem in memoria di
Palach.
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- "La morte di Palach,
che sarebbe stata altrimenti difficilmente comprensibile,
fu immediatamente capita da tutta la società,
perchè era l'ultima e quasi simbolica espressione
dello 'spirito del tempo': ognuno capiva benissimo la
disperata necessità di fare qualcosa di
disperatamente estremo, quando tutto era inutile, ognuno
aveva in sè un pezzetto di quella
necessità" (V. Havel).
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